La cavalletta non si alzerà più (The Grasshopper Lies Heavy), di Hawthorne Abendsen

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«Ti prego, chiamami un taxi,» disse Rita. «Mentre mi ve­sto.»

«Ti accompagnerò a casa io,» le disse, immusonito.

La ragazza si vestì e poi, mentre lui le andava a prendere il cappotto nell’armadio, si aggirò silenziosamente nell’ap­partamento. Sembrava assorta, chiusa in se stessa, anche un po’ depressa. Il passato rattrista la gente, pensò lui. Acciden­ti a me; perché ho tirato fuori quell’accendino? Che diavolo, in fondo è così giovane… pensavo che lo avesse appena sen­tito nominare.

Giunta davanti alla libreria, Rita si inginocchiò. «Lo hai letto?» gli domandò, estraendo un libro.

Miope com’era, lui dovette socchiudere gli occhi. Coper­tina da quattro soldi. Un romanzo. «No,» disse. «È di mia moglie. Lei legge molto.»

«Dovresti leggerlo.»

Sempre contrariato, lui prese il libro e gli diede un’oc­chiata. La cavalletta non si alzerà più. «Non è uno di quei li­bri proibiti a Boston?» le chiese.

«Proibito in tutti gli Stati Uniti. E in Europa, naturalmen­te.» Si era diretta verso la porta del corridoio e rimase lì, ad aspettare. «Ho sentito parlare di Hawthorne Abendsen.» In realtà non era vero. Di quel libro ricordava solo che… che cosa? Che in quel momento era molto popolare. Un’altra ma­nia. Un’altra follia di massa. Si chinò e ripose il libro nello scaffale. «Non ho tempo per leggere ì romanzi popolari. Sono troppo impegnato con il lavoro.» Le segretarie, pensò, leggo­no quella robaccia, a letto da sole, la sera. Le stimola. Pren­de il posto della realtà. Di cui hanno paura. Ma naturalmen­te la desiderano.

«Dev’essere una di quelle storie d’amore,» disse mentre apriva la porta, ancora di malumore.

«No,» disse lei. «È una storia di guerra.» Mentre percorre­vano il corridoio diretti verso l’ascensore, lei aggiunse, «Dice la stessa cosa che dicevano mio padre e mia madre.»

«Ma chi? Quell’Abbotson?»

«È la sua teoria. Se Joe Zangara lo avesse mancato, lui avrebbe tirato fuori l’America dalla Depressione e l’avrebbe armata così da…» Si interruppe. Erano arrivati all’ascensore, e c’erano altre persone in attesa.

Più tardi, in mezzo al traffico notturno, a bordo della Mer­cedes-Benz di Wyndham-Matson, lei gli riassunse la trama.

«La teoria di Abendsen è che Roosevelt sarebbe stato un presidente molto energico. Forte come Lincoln. Ne diede pro­va nell’unico anno del suo mandato, con tutte le misure che fece adottare. Il libro è finzione narrativa. Voglio dire, è sotto forma di romanzo. Roosevelt non viene assassinato a Miami; sopravvive e viene rieletto nel 1936, e rimane presidente fino al 1940, quando scoppia la guerra. Non capisci? È ancora presidente quando la Germania attacca l’Inghilterra, la Fran­cia e la Polonia. E vede tutto ciò. Con lui l’America diventa forte. Garner è stato un presidente davvero spaventoso. Gran parte di ciò che è successo, è colpa sua. E poi, nel 1940, al posto di Bricker, sarebbe stato eletto un democratico…»

«Sempre secondo questo Abelson,» la interruppe Wyndham-Matson. Diede un’occhiata alla ragazza al suo fianco. Dio, pensò, basta che leggano un libro e non fanno che par­larne in continuazione.

«Lui sostiene che invece di un isolazionista come Bricker, nel 1940, dopo Roosevelt, sarebbe stato eletto Rexford Tugwell.» Il suo viso liscio rifletteva le luci del traffico e scintil­lava di animazione; i suoi occhi erano diventati più grandi e nel parlare gesticolava molto. «E sarebbe stato molto attivo nel continuare la politica antinazista di Roosevelt. Perciò la Germania avrebbe avuto paura di intervenire a favore del Giappone nel 1941. Non avrebbe rispettato gli accordi. Capi­sci?» Si voltò verso di lui, lo afferrò decisamente per la spalla e aggiunse, «E così la Germania e il Giappone avrebbero per­so la guerra!»

Lui rise.

La ragazza lo fissò, cercando qualcosa sul suo volto – lui non riuscì a capire che cosa, anche perché doveva stare atten­to al traffico – e disse, «Non c’è niente da ridere. Sarebbe successo davvero così. Gli Stati Uniti avrebbero avuto la me­glio sui giapponesi. E…»

«In che modo?» la interruppe.

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«Lui spiega tutto.» Tacque per un attimo. «È tutta finzio­ne narrativa,» disse poi. «Naturalmente ci sono molte parti romanzate; voglio dire, deve essere interessante altrimenti la gente non lo leggerebbe. Affronta un tema di interesse umano; ci sono questi due giovani, lui è nell’esercito americano. La ragazza… be’, insomma, il presidente Tugwell è proprio in gamba. Capisce ciò che stanno per fare i giapponesi.» Poi ag­giunse infervorata: «Se ne può parlare tranquillamente; i giap­ponesi ne hanno consentito la circolazione nel Pacifico, e so che molti di loro lo hanno letto. Nelle Isole Patrie è molto po­polare. Ha suscitato un dibattito molto acceso.»

«Ascolta. Che cosa dice di Pearl Harbor?» chiese Wyndham-Matson.

«Il presidente Tugwell se la cava benissimo. Fa uscire tut­te le navi in mare aperto, e la flotta americana non viene di­strutta.»

«Capisco.»

«Perciò non c’è una vera e propria Pearl Harbor. I giap­ponesi attaccano, ma riescono ad affondare solo qualche nave di minore importanza.»

«E si chiama La cavalletta… qualchecosa

«La cavalletta non si alzerà più. È una citazione dalla Bibbia.»

«E il Giappone viene sconfitto perché non c’è una Pearl Harbor. Stammi a sentire. Il Giappone avrebbe vinto comun­que. Anche senza Pearl Harbor.»

«La flotta americana, in questo libro, impedisce ai giap­ponesi di impadronirsi delle Filippine e dell’Australia.»

«Le avrebbero prese in ogni caso; la loro flotta era supe­riore. Conosco abbastanza bene i giapponesi, ed erano desti­nati a conquistare il controllo del Pacifico. Gli Stati Uniti era­no in declino fin dalla Prima Guerra Mondiale. Quella guerra ha rovinato ogni paese alleato, sia dal punto di vista morale che materiale.»

Ostinatamente, la ragazza proseguì: «E se i tedeschi non avessero preso Malta, Churchill sarebbe rimasto al potere e avrebbe guidato gli inglesi alla vittoria.»

«Come? Dove?»

«Nel Nord Africa… alla fine Churchill avrebbe sconfitto Rommel.»

Wyndham-Matson sghignazzò.

«E una volta sconfitto Rommel, gli inglesi avrebbero po­tuto spostare tutto il loro esercito e attraverso la Turchia si sa­rebbero uniti ai rimasugli delle armate russe, e avrebbero or­ganizzato la resistenza… nel libro, l’avanzata dei tedeschi verso la Russia viene bloccata su una città del Volga. Noi non l’abbiamo mai sentita nominare, ma esiste veramente perché l’ho cercata sull’atlante.»

«E come si chiama?»

«Stalingrado. E lì gli inglesi capovolgono le sorti della guerra. Così, nel libro, Rommel non riesce a ricongiungersi con le divisioni tedesche che scendono dalla Russia, quelle di von Paulus, ti ricordi? E i tedeschi non possono raggiungere il Medio Oriente per rifornirsi di petrolio, e nemmeno l’India, come hanno fatto, per riunirsi con i giapponesi. E…»

«Nessuna strategia al mondo avrebbe potuto sconfiggere Erwin Rommel,» disse Wyndham-Matson. «E nessuno degli avvenimenti sognati da quel tizio… questa città russa chiama­ta eroicamente “Stalingrado”, e qualsiasi azione di resistenza avrebbe semplicemente ritardato gli eventi; non avrebbe po­tuto cambiarli. Stammi a sentire. Io ho conosciuto Rommel. A New York, quando mi trovavo là per affari, nel 1948.» Per la verità, lui aveva semplicemente visto, e da lontano, il Gover­natore Militare degli Stati Uniti d’America in un ricevimento alla Casa Bianca. «Un uomo straordinario, grande dignità e portamento. Perciò so bene quello che dico,» concluse.

«È stata una cosa orribile,» disse Rita, «quando il genera­le Rommel è stato sollevato dal suo incarico e quel disgusto­so Lammers ha preso il suo posto. È allora che sono comin­ciate veramente le uccisioni e i campi di concentramento.»

«Esistevano già quando Rommel era Governatore Milita­re.»

«Ma…» La ragazza gesticolò. «Non era ufficiale. Forse quei delinquenti delle SS già lo facevano… ma lui non era come gli altri; era più simile agli antichi prussiani. Era duro…»

«Te lo dico io, chi ha fatto davvero un buon lavoro negli Stati Uniti,» disse Wyndham-Matson. «Chi ha il merito della rinascita economica. Albert Speer. Non Rommel e nemmeno l’organizzazione Todt. Speer è stato l’uomo migliore che la Partei abbia mandato in Nord America; è stato lui a rimettere in moto gli affari, le imprese, le fabbriche… tutto! E su una base di grande produttività. Magari lo avessimo avuto qui da noi… adesso abbiamo cinque grandi organizzazioni in con­correnza fra loro, ed è solo un grande spreco di risorse. Non c’è niente di più sciocco della competizione economica.»

«Io non potrei vivere in quei campi di lavoro,» disse Ri­ta, «in quei dormitori che ci sono nell’Est. Una mia amica c’è stata. Censuravano la sua posta… non mi ha potuto racconta­re niente finché non si è trasferita di nuovo qui. Si alzavano alle sei e mezzo del mattino al suono di una banda musica­le.»

«Ci avresti fatto l’abitudine. Avresti avuto alloggi puliti, cibo di buona qualità, la ricreazione, l’assistenza medica. Che cosa pretendi, la botte piena e la moglie ubriaca?»

La grossa automobile di fabbricazione tedesca procedeva silenziosamente nella fredda nebbia notturna di San Francisco.

(Tratto da Philip K.Dick, La svastica sul sole, 1962)

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RINGRAZIAMENTI

La versione dell’I Ching, o Il Libro dei Mutamenti, che viene utilizzata e citata in questo romanzo, è quella a cura di Richard Wilhelm, tradotta in inglese da Cary F. Baynes, pub­blicata da Pantheon Books, Bollingen Series xix, 1950, per la Bollingen Foundation Inc., New York.

Mi sono servito in particolare dei seguenti testi: The Rise and Fall of the Third Reich, A History of the Nazi Germany di William L. Shirer (New York, Simon & Schuster, 1960); Hitler, A Study in Tyranny di Alan Bullock (New York, Harper, 1953); The Goebbels Diaries, 1942-1943, con traduzio­ne e cura di Louis P. Lochner (New York, Doubleday & Company, 1948); The Tibetan Book of the Dead a cura di W. Y. Evans-Wentz (New York, Oxford University Press, I960); The Foxes of the Desert di Paul Carell (New York, E. P. Dutton & Company, 1961). Devo infine un personale ringrazia­mento al famoso scrittore di western Will Cook per il suo aiu­to circa il materiale relativo ai manufatti storici e al periodo pionieristico degli Stati Uniti. (PK Dick)

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