la cosa 3 – Silvia Milani

Copia di Gruesome crime scene

la cosa 3

di Silvia Milani

(http://alleedelisleadam.wordpress.com/)

Non si fa mai abbastanza caso a quanto la parola errore sia vicina alla parola orrore e quanto l’orrore sia dentro l’errore. In una società che teme e si ripara in ogni stanza, in ogni appartamento, lasciando fuori il male, l’errore non è lo squillo di telefono che può annunciare la morte, l’errore è la morte stessa. Di notte, mentre tutti riposano, nell’oscurità, con la mano comincio a tastare il letto finché non trovo mia moglie. In quel momento ripenso a lei, a me, agli anni e alle cose, apro gli occhi e guardo il suo viso. In quei contorni incerti immagino qualcosa che non è più il suo viso ma una smorfia, e due occhi aperti che mi guardano. Mi guardano. Scivolo fuori dal letto, esco dalla stanza in silenzio, entro nelle camere dei miei figli. Senza accendere la luce mi avvicino, li sento dormire, li accarezzo, accosto le labbra alle loro fronti, li bacio. Fisso il bagliore del pavimento pulito, li ascolto respirare mentre l’orologio della cucina fa tic. Accosto piano l’anta della finestra se l’aria è tiepida, rassetto loro le coperte se sono disfatte. Faccio un respiro, ma questo silenzio mi pesa. Mi pesa. Guardo i miei libri, il mio divano, la credenza degli alcolici, ma non ho nemmeno più voglia di bere. Resto muto, immobile, in quella pace e percorro le linee del soffitto fino al lampadario, all’interruttore, alla presa elettrica, al televisore, allo stereo, ai miei dischi, ai giocattoli che i bambini hanno lasciato sul tappeto, alle gambe del tavolo che abbiamo permesso al gatto di consumare. La mia collezione di incisioni, le nostre belle foto, mi chiedo perché tanta organizzazione, tanta perfezione, tanto controllo. Apro il cassetto della cucina che scorre senza sforzo, lo richiudo, le gomme trasparenti attutiscono il colpo. Lo riapro, prendo un cucchiaio lucido, concavo, lustrato. Cammino appoggiando le piante al ritmo delle lancette con il cucchiaio in mano. Scosto la tenda, guardo in strada. Tutto tace. Il bagliore di uno schermo acceso nell’appartamento di fronte, muto. Appoggio il cucchiaio freddo sulla fronte e fisso il lavello di alluminio, la lavastoviglie, l’asciugamano in basso. I miei piedi nudi sul pavimento.
Cammino in corridoio e fiuto demoni, demoni dappertutto. Demoni che misurano, organizzano, pianificano. Mi siedo alla scrivania del mio studio, ascolto il ticchettio dell’orologio. La foto del matrimonio. Ruoto a caso la manopola della cassaforte, ogni numero fa clic. Clic clic clic. Apro la cassaforte e tiro fuori la pistola. Prima sarà mia moglie, poi saranno i bambini, e alla fine l’orologio in cucina.

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