Antonio Caronia – Il cyborg (introduzione) – In memoriam

antoniocaronia

Ieri è morto a Milano Antonio Caronia,  studioso  di fantascienza nonchè docente di  arti multimediali, noto attraverso la sua multiforme attività editoriale e critica. I funerali si terranno oggi (giovedì 31) alle ore 14.45 al cimitero di Lambrate nella saletta riservata alle celebrazioni laiche. Non potrò esserci, ma lo ricorderò così, pubblicando uno dei suoi tanti illuminanti testi.

Introduzione a Il cyborg – Saggio sull’uomo artificiale, (Dal cyborg al postumano, il classico sull’uomo artificiale), Shake Ed., 1985 (n.e. 2001)

Introduzione

Il Ventesimo secolo è stato insolitamente ricco di figure straordinarie e mostruose, come lo furono i secoli a cavallo tra Medioevo ed Era moderna. Alcune di quelle forme ritornano, altre completamente nuove se ne creano nelle grandi saghe fantascientifiche della pagina scritta e dello schermo. L’atteggiamento nei confronti di questi esseri non è forse più lo stesso dell’uomo medievale, ma che in essi sia incarnato un senso di paura non del tutto scollegato dalla preoccupazione per catastrofi ecologiche e olocausti nucleari è un’ipotesi più che plausibile. E tornano sogni di palingenesi, e “rivolte contro il mondo moderno” attese con sprezzante sicurezza da coloro che amano abitare le rovine (e che in certi casi amano anche produrle). Ma che la storia sia un cerchio, destinato a tornare al punto di partenza, è solo una rozza e cattiva lettura dell’ipotesi dell’“eterno ritorno”. Queste paure, queste inquietudini, come del resto tutti gli altri elementi che giustificano una certa somiglianza della tarda modernità con il basso Medioevo, secondo un’analogia che circola da tempo nella cultura occidentale e di cui Il nome della rosa di Umberto Eco è stato l’esempio più illustre, sono tutti figli legittimi della nostra situazione, del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo: una trasformazione delle basi e delle modalità della vita associata talmente radicale da far parlare più d’uno di “mutazione antropologica”. Non è la tecnologia intesa come agente autonomo, naturalmente, a provocare questa mutazione: questo è ciò che credono, da punti di vista opposti ma convergenti, i cantori delle meraviglie e i lamentatori degli obbrobri della rivoluzione informatica. La tecnologia è figlia di un’attività umana, e come tale non è causa, ma sintomo eclatante, elemento mediatore, simbolo della trasformazione che ci avvolge. Ciò non toglie che quando il cambiamento è magmatico, prepotente, pervasivo, l’uomo stenti a riconoscere la propria impronta in ciò che avviene e preferisca attribuire a figure autonome, che si ergono minacciose contro di lui, le cause del disordine che lo circonda. Ecco perché la nostra epoca è popolata di mostri, come lo fu l’autunno del Medioevo, che vedeva costruirsi molecolarmente un cambiamento altrettanto intenso e sconvolgente di quello che noi stiamo vivendo.

Il mostro contemporaneo, però, è geneticamente più complesso del mostro medievale, perché è situato all’incrocio di due tradizioni, non completamente separate ma relativamente autonome. Esso è naturalmente, come il suo predecessore del mondo classico e medievale, una “meraviglia”, qualcosa da additare (la radice della parola latina monstrum è la stessa di monstrare, ma anche la stessa, come pare, di monere, “ammonire”: nel senso di “mettere in guardia”, ma anche di “ammaestrare”, “fornire un insegnamento”). Nel mondo classico e in quello medievale il mostro è una creatura naturale, la cui esistenza serve di volta in volta a dimostrare un’illimitata varietà della natura, a rimandare a uno stato primigenio di indifferenziazione tra l’uomo e il suo ambiente, a significare (come in sant’Agostino) un complesso e incomprensibile ordine voluto dal Creatore, con una sua sotterranea valenza estetica. Ma in tutti i casi, come essere naturale, questo mostro gioca su pochi parametri costitutivi: uomo o animale che sia – e la linea divisoria spesso non è cosi netta – esso è il risultato della restrizione o dell’ipertrofia di certi organi, di certe sezioni dei corpi naturali, oppure (è il caso più frequente e quello che più colpisce) è un ibrido, una inedita contaminazione di più corpi esistenti in natura. Questa caratteristica dell’ibrido classico e medievale fa sì che esso possa essere oggetto di indagine “scientifica” anche nel periodo di trapasso tra l’epoca medievale e quella moderna, come nei repertori di Ulisse Aldrovandi e Ambroise Paré. Ma già nei secoli xv e xvi la figura dell’ibrido ha trasferito parte della sua fisionomia a un nuovo personaggio, che nasce da tradizioni di pensiero e di cultura “marginali” dell’Europa medievale, da certe correnti alchimistiche e talmudiche: l’uomo artificiale.

Homunculus o golem, l’uomo artificiale rinascimentale testimonia dell’orgoglioso progetto di ripetere la creazione divina e dell’inevitabile ribellione della creatura verso il creatore. Ma si presenta anche come primo, sfuggente nucleo di riflessione su un processo di “artificializzazione della natura” che accompagnerà tutto lo sviluppo della società industriale e la revisione dell’immaginario collettivo a esso collegata. Coniugata con l’incredibile e magica precisione del nuovo artigianato che ha fatto il suo apprendistato nella costruzione dei nuovi meccanismi a orologeria e dei telai meccanici per l’industria tessile, l’idea dell’uomo artificiale si concreterà nella serenità altezzosa e perlacea degli automi settecenteschi dei Vaucanson e degli Jacquet-Droz. Per un paio di secoli la volgarizzazione del newtonianesimo affiderà al concetto di “macchina” un ruolo di paradigma antropologico contraddittorio, capace di nutrire in sé la grande illusione di un decisivo e risolutivo spostamento in avanti delle frontiere della conoscenza sull’uomo, e una nuova, cupa ipotesi sull’ingestibilità di questa frontiera. Da Mary Shelley a Karel Èapek, in poco più di un secolo si consolida la tradizione letteraria dell’inevitabile ribellione della “creatura” artificiale, che negli anni Trenta del nostro secolo la fantascienza eredita e provvede a diffondere prima sulle pagine dei pulps e poi sugli schermi cinematografici. La razza dei nuovi mostri è ormai tra noi, ed è maturo il tempo per l’ultima invasione.

Se con il mostro di Frankenstein e con i robot di R.U.R. si esprimevano lo stupore e l’inquietudine nel vedere nascere sentimenti e aspirazioni “troppo umane” nei corpi artificiali di creature doppie, ma comunque distinte rispetto all’uomo, oggi si pone il problema, ancora più enigmatico, di comprendere e classificare una creatura in cui corpo dell’uomo e corpo della macchina si presentano inestricabilmente intrecciati. È il cyborg, nome ostico ma espressivo, sigla di cybernetic organism. “Un essere umano ipotetico”, recita già negli anni Settanta il Webster’s Dictionary, “modificato in modo da adattarsi alla vita in ambienti non terrestri tramite sostituzione di organi artificiali e altre parti del corpo”. È una definizione un po’ riduttiva, coprendo solo una parte dei cyborg che Brian Stableford (nella Encyclopedia of Science Fiction di Clute e Nicholls) ha classificato come adaptive cyborgs e functional cyborgs: la terza categoria, quella dei medical cyborgs, non solo è la più diffusa nella fantascienza scritta e cinetelevisiva (già attraverso le serie tv degli anni Settanta L’uomo da sei milioni di dollari e La donna bionica), ma è anche quella che comprende gli esseri umani che hanno oltrepassato la condizione “ipotetica” per vivere tra noi, non in carne e ossa soltanto, ma in carne, ossa, metallo, plastica e circuiti, con i loro pacemaker, tratti di vene e arterie (e adesso anche cuori) artificiali. In ogni modo, e quali che siano i problemi relativi alla precisa definizione di questo nuovo essere, l’ibrido è tornato sulla scena. Ma gli elementi disparati, inaccostabili che lo costituiscono non sono più tratti, come per il suo antenato classico e medievale, dall’alfabeto di forme che la natura mette a disposizione della nostra immaginazione. Questa volta l’ibrido appare ancora più sacrilego, perché complica (piega insieme) in un unico essere il creatore e la sua creatura, il corpo per eccellenza e ciò che per definizione dal corpo dovrebbe essere più lontano. L’uomo e la macchina fusi in un solo organismo: è il trionfo o lo scacco definitivo del materialismo radicale dell’“uomo-macchina”?

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