Periferia diffusa – Vitaliano Trevisan, Tristissimi giardini

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“Le città attuali non hanno limiti visibili. In America non li hanno mai avuti. In Europa al contrario, il concetto di città in passato stava a indicare un’entità chiusa e finita”.  (Bernard Tschumi, De-, Dis-, S-)

“Più che in una città diffusa, si ha piuttosto l’impressione di spostarsi, ovvero di vivere, in una periferia diffusa. Del resto l’architettura contemporanea, almeno qui da noi, intendo in Italia e nel Veneto in particolare, produce solo ed esclusivamente periferia…

Dunque periferia diffusa è concetto assai diverso che città diffusa, – meno rassicurante, meno elegante, con una connotazione spregiativa che va al di là delle intenzioni dell’autore di questo scritto, il quale, sia detto per inciso, è nato, ha vissuto e si ostina a vivere esattamente in quella periferia diffusa di cui va scrivendo…

Tutte le città, a dire il vero, si espandono attraverso le periferie. Un centro, per definizione, non può espandersi. Nel caso delle città italiane, dove alla parola centro si deve sempre aggiungere l’aggettivo storico, una sua espansione è due volte negata…

Il fatto è che  l’ampliamento-periferia ha ormai superato di gran lunga in superficie, volumetria, numero di abitanti, il cosiddetto “Centro”, storico e non, intorno a cui detto ampliamento è andato e va sviluppandosi, finchè “inevitabilmente la distanza  fra il Centro e la circonferenza aumenta (è aumentata),  fino al punto di rottura”(R.Koolhaas, The Generic City)… I vari ampliamenti non hanno più come riferimento un ideale Centro, ma semplicemente si sviluppano, senza per questo doversi sviluppare intorno a qualcosa- città, quanto piuttosto lungo un qualcosa –  flusso di merci, e si compenetrano fino a fondersi in un’unica gigantesca conurbazione… “

(Vitaliano Trevisan, Tristissimi giardini, Laterza, 2010)

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«Ho visto il paese della tua infanzia: case piccole a due piani, cubi di cemento con i giardinetti delimitati da ringhiere e fiori coltivati. Piccoli giardini di una tristezza devastante, una periferia povera di gente che lavora duro, case con l’intonaco grigio, giallino, rosa pallido, dondoli sotto le verande, finestre con i serramenti in alluminio anodizzato, vetri lustri e tendine di pizzo cucite a mano» (Simona Vinci, Stanza 411, Einaudi, 2006)

Si dice che per conoscere davvero un posto bisogna viverci. Ma, vivendoci, c’è il rischio di perdere quella lucidità, quella freschezza di sguardo che sola ci permette di discernere ciò che, presi come siamo a vivere la vita di tutti i giorni nei luoghi di tutti i giorni, riusciamo al massimo a scorgere, ma che, spesso e volentieri, semplicemente ignoriamo. Guai se non fosse così! Se il nostro cervello dovesse continuamente elaborare la quantità di dati necessaria al semplice orientamento spazio-temporale, come se ci ritrovassimo perennemente in un ambiente sconosciuto, saremmo bloccati prima ancora di aver varcato il cancello. Vivere nel proprio ambiente, conoscerlo, significa anche, in certa misura, darlo per scontato. Il problema, nell’attuale vita di tutti i giorni, è che gli automatismi e le procedure e i protocolli di attuazione ormai necessari a vivere una cosiddetta normale vita di tutti i giorni sono aumentati a dismisura, e si sono complicati a dismisura, così che, non potendo dare questi per scontati, ma dovendosi anzi concentrare in essi, l’essere umano tende sempre più a dare per scontato, cioè a ignorare, ciò che materialmente lo circonda.

Pausa.

Un momento: non era propriamente di questo che volevo parlare. Ma in un testo come questo, che tende a essere un conglomerato allo stato fluido, esattamente come il calcestruzzo che gira nella nostra betoniera, non è strano che un frammento si leghi, del tutto casualmente, con un altro. Riformuliamo da semplicemente ignoriamo, riga sei:

[…], semplicemente ignoriamo. Poter dunque disporre, rispetto al nostro ambiente, di uno sguardo esterno, altro da noi, che di quell’ambiente siamo parte, è dunque, sempre, una grande opportunità. Opportunità ancora più grande che lo sguardo sia quello di uno scrittore, e più grande ancora in questo particolare caso, dato che il paese di cui l’autrice scrive, nel modo in cui ne scrive, è esattamente il mio e non un altro, così come del resto l’infanzia, e quel piccolo giardino di devastante tristezza, è ora il mio piccolo giardino di devastante tristezza delimitato da ringhiere e fiori coltivati.

Dalla morte di mia madre, avvenuta alla fine del mese di settembre dell’anno 2008, l’autore, dopo un’assenza di circa quindici anni, è tornato a vivere nella casa della sua infanzia, ovvero ciò che ne resta, situata in via Dante, nel mezzo di una serie di vie che portano il nome di scrittori – circostanza che, al punto in cui mi trovo, definire casuale mi parrebbe altrettanto assurdo che definire non casuale.

Come che sia, ecco di nuovo una circostanza favorevole: quindici anni non sono pochi, l’occhio che guarda si trova in una situazione particolare, lo sguardo è al tempo stesso fresco e usato, è lo stesso e non è più lo stesso, così come l’ambiente che lo circonda, che è il suo ambiente e non lo è più.

E poi è la prima volta che possediamo davvero qualcosa. Non è affatto un caso. Mai passato nemmeno per la testa di comprare una casa, cosa che sarebbe stata possibile solo accendendo un mutuo come minimo ventennale, opzione che non ho mai preso in considerazione, nonostante le continue pressioni, dirette e indirette, cui sono stato sottoposto – cui tutti coloro che vivono qui e ora sono sottoposti, da un certo punto della mia esistenza in poi, per agire in questo senso. C’è la casa dei miei genitori, ho sempre pensato, male che vada, se sopravvivrò, prima o dopo sarà mia e non dovrò più pagare l’affitto, non c’è ragione di agitarsi tanto per averne un’ altra prima del tempo; e sarebbe ancora più stupido, ho sempre pensato, complicarsi un’esistenza già abbastanza complicata, legandosi mani e piedi a una banca, che mensilmente ci ricorderà che siamo appunto legati mani e piedi e la nostra tranquillità dipende solo dalla puntualità con cui onoreremo la rata del debito, perché di questo si tratta, e i debiti non sono che aggressioni del morto passato contro il meraviglioso presente. Ora, qualsiasi sia la nostra condizione attuale, mettersi volontariamente e per contratto nella posizione di essere mensilmente aggrediti per venti, trenta o addirittura quaranta e più anni significa rinunciare in partenza alla possibilità che il nostro presente possa essere meraviglioso. Così ho sempre pensato. E se poi crepo, il problema si estinguerebbe con me.

Ora la casa è mia. È la casa della mia infanzia, su questo non c’è dubbio, ma all’inizio sembrava che non mi riconoscesse e reagiva come un organismo irritato dall’intrusione di un corpo estraneo. Poche settimane e tutto sembra andare a pezzi: le porte del frigorifero cadono, il forno elettrico va in corto, dell’acqua si infiltra in cucina venendo da non so dove, il bidet perde, il coperchio del wc è sempre più pericolosamente instabile, il diffusore della doccia è da cambiare, la televisione, quella piccola che mia madre teneva in cucina, una sera fa uno strano scoppio soffocato e si spegne per sempre, e mentre le poche piante che ho portato con me sono indecise se continuare a vivere o lasciarsi morire, e nel dubbio deperiscono di giorno in giorno, le stanziali sembrano interdette; non le ho spostate né importunate in alcun modo, ma sentono che qualcosa è cambiato – troppa acqua?, troppo poca?, non ai giusti orari?, e restano in attesa come congelate; e mentre un esercito di formiche prolifera improvviso e rischia di invadere la veranda, varie erbe e piante parassite hanno già conquistato buona parte del piccolo giardino di tristezza devastante.

I vicini mi guardano in modo strano. A dire il vero ho l’impressione che tutti, in paese, mi guardino in modo strano. Annotiamo, di passaggio, che il fatto che il paese della mia infanzia sia ormai interamente e definitivamente inglobato nella periferia diffusa non impedisce ai suoi abitanti di pensarsi, e di pensare, e di agire, non necessariamente in quest’ ordine, come abitanti di un piccolo paese, con tutto ciò che ne consegue. E poi c’è da considerare il fatto che, partito quindici anni prima come operaio lattoniere, tornavo ora con la qualifica, peraltro certificata, grazie ai vari articoli apparsi sul «Giornale di Vicenza», che da queste parti è un po’ come la bibbia, di scrittore/drammaturgo/attore, o più in generale «artista». Niente di strano che non sappiano bene come prendermi. lo stesso, in questo senso, non so bene come prendermi. In ogni caso non troppo sul serio. C’è il rischio di appesantirsi, di interpretare un ruolo, di diventare quel ruolo. Essere formattato!, niente mi fa più orrore. Prima di tornare ero certo che a me non sarebbe successo. Ora, non sono più così sicuro. Sono a casa mia, nel paese della mia infanzia, nel mio ambiente naturale, se pure ne esiste uno, comunque un ambiente che conosco come nessun altro al mondo, eppure mi sento un estraneo, e siccome sono estraneo nel mio ambiente, comincio a sentirmi pericolosamente estraneo a me stesso. Proprio io, che ho fatto dell’estraneità una scienza, ora sono inquieto, incerto, insicuro. E questa casa, che avrebbe dovuto darmi finalmente quel minimo di sicurezza, mi è ostile, mi rifiuta.

Estratto 690

Vitaliano Trevisan, nato a Sandrigo (VI), è scrittore di romanzi (I quindicimila passi, Un mondo meraviglioso, Il ponte – Un crollo, Una notte in Tunisia, etc.), di racconti (Shorts, Wordstar(s), Grotteschi e arabeschi), e di saggi (Tristissimi giardini, sulla periferia diffusa). E’ noto inoltre come attore (Primo amore, Still Life, Riparo, Cose dell’altro mondo, etc), sceneggiatore, drammaturgo, regista teatrale.

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(Fotografie di Bill Owens, http://www.billowens.com/)

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