Baltimora-Taranto (Alessandro Coppola, Apocalypse Town)

ILVA, Taranto

A ridosso delle ordinanze  sull’ILVA di Taranto del Gip Patrizia Todisco, lo scrittore (tarantino) Alessandro Leogrande  (vicedirettore del mensile “Lo straniero”), scriveva che  “quello che sta avvenendo a Taranto – alle spalle dello scontro mesto tra salute e lavoro – non è un fenomeno locale, né unicamente meridionale”,  ha già interessato in precedenza le “città dell’acciaio” americane, Youngstown, Baltimore, Buffalo, Detroit, le famose “steel town”, diventate negli anni Settanta le città della Rust Belt (La Cintura della Ruggine). La crisi dell’acciaio in USA ha prodotto “un panorama di macerie: altiforni e laminatoi dismessi o abbandonati, disoccupazione, microcriminalità, assenza di prospettive, contrazione demografica – con numeri non dissimili da quelli jonici. Non sempre le cose sono andate come a Pittsburgh, la città eretta a emblema (in modo peraltro eccessivamente ottimistico) da chi oggi sogna un futuro verde e post-industriale. La realtà è molto più grigia”.

Alessandro cita un libro pubblicato a febbraio 2012 da Laterza, Apocalypse Town. Cronache dalla fine della civiltà urbana di Alessandro Coppola, ricercatore del Politecnico di Milano che per anni ha studiato e analizzato la crisi urbanistica delle città industriali americane, e in particolare le città dell’acciaio, Detroit, Cleveland, Buffalo e tante altre. Sono le città statunitensi in declino, le shrinking town, che dopo lo sviluppo industriale devono pensare oggi il proprio futuro di decrescita.

Il paragrafo che segue, tratto dal libro di Alessandro Coppola,  riguarda Baltimora (Maryland), ex porto industriale fra le prime città dell’acciaio a sperimentare l’Urban Renewal, la Rinascita Urbana…

Baltimore, zona industriale

A Baltimore hanno reinventato la città. Un esempio che dagli anni Settanta hanno seguito in molti – fra sindaci e businessmen – sia nel vecchio sia nel nuovo mondo. Si dice che lo stesso Pasqual Maragall, il sindaco visionario della Barcellona della rinascita post-franchista, abbia imparato da Baltimore. Finito da quelle parti grazie ad una borsa di studio, ebbe la possibilità di osservare e studiare da vicino come era possibile reinventare una città, dandole una nuova immagine da vendere aggressivamente su mercati sempre più aperti e internazionali. Sappiamo che ne è stato di Barcellona: il caso europeo di “rinascita urbana” per eccellenza, universalmente acclamato dai bobos di ogni latitudine.

Baltimore – ancor più di Barcellona – era una città di fumo, come tante fra quelle che abbiamo incontrato lungo la nostra strada. I suoi erano fumi manifatturieri ma ancor più portuali. Il polmone industriale del Midwest soffiava in direzione di Baltimore quando voleva parlare con il mondo e invadere i suoi mercati in ascesa: le merci arrivavano qui dall’Ohio e dall’Illinois, e prendevano il largo verso il mercato mondiale, poiché Baltimore era più vicina di New York e del New Jersey, per non parlare di Boston. Eppure, come altre città americane, Baltimore è un porto senza mare: una baia lunghissima – la Chesapeake Bay – la separa dall’Atlantico, che dalle sue case operaie si può soltanto immaginare e neppure sentirne l’odore. Assieme ai fumi del porto c’erano quelli delle fabbriche. Durante la Seconda guerra mondiale, all’ombra della zelante pianificazione sociale e produttiva degli strateghi del New Deal (e della guerra), la città era stata perfino onorata del sigillo di “arsenale delle democrazie”, un privilegio concesso solo a poche altre capitali industriali del paese. Ma, vinta la guerra e celebrata la vittoria, l’arsenale si è giorno dopo giorno trasformato in cimitero: Baltimore ha quindi condiviso il destino delle altre città industriali, seppure leggermente ingentilito rispetto a quello di queste ultime. Qui è accaduto in modo e misura esemplari tutto quello di cui abbiamo parlato in precedenza: fabbriche che chiudono, bianchi che scappano, rivolte razziali, esplosione del crimine, case abbandonate e povertà dilagante. Tuttavia, qualcosa la rende profondamente diversa dalle altre, ed è lo stesso qualcosa per cui Maragall la trovò così interessante. […]

Tutto è cominciato alla fine degli anni Cinquanta quando qui, come in tante altre città già in crisi, scocca l’ora dell’Urban Renewal. La città declina, negozi e grandi magazzini chiudono e i valori immobiliari di Downtown precipitano. Mentre gli afro-americani avanzano. Allora si fa un grande piano, con il sindaco alla guida di una vasta coalizione di interessi che hanno tutto da perdere dal declino della città. La ricetta è quella tipica di quegli anni: uffici avveniristici, appartamenti per la classe media, una bretella autostradale e qualche attrazione culturale. Il tutto con una firma che sia il segno vivente della sintonia fra la città e la modernità, di una Baltimore che reagisce e prende in mano il suo destino. Oggi, le torri di Mies van der Rohe costruite in quegli anni sembrano archeologia dell’Urban Renewal: testimonianze di come siano almeno cinquant’anni che si tenta di ridare vita a Baltimore. Ad ogni tentativo il suo manufatto simbolo. Ed allora il peggio doveva ancora accadere. Gli anni Sessanta, per tutte le ragioni che conosciamo, saranno infatti tremendi. In particolare, nell’aprile del 1968, Baltimore avrà il privilegio di essere la scena di una delle più violente fra le rivolte razziali scatenate dall’assassinio di Martin Luther King. […]

Inner Harbor

Nel 1971 viene eletto un nuovo sindaco. Si chiama William Donald Schaefer ed è il prototipo del leader decisionista. Da qualche anno una coalizione di volenterosi – leader religiosi, accademici, uomini di affari, politici – promuove fra le strade dilapidate di Downtown una fiera cittadina. L’idea, semplice, è quella di non perdere e non far perdere la speranza, di offrire un’immagine di Baltimore che non sia quella della guerra sociale e razziale permanente. Nel 1973 la fiera si sposta un po’ a sud, nel cosiddetto Inner Harbor, vale a dire l’area portuale della città, o meglio quanto ne resta. I moli sono da tempo ridotti a fantasmi di ciò che erano. Eppure l’idea di organizzarvi la fiera ha un successo imprevisto: arrivano due milioni di visitatori e al sindaco Schaefer – o forse a qualcuno a lui molto vicino – viene un’idea: fare della fiera l’economia della città, non per un giorno ma per tutto l’anno. Per sempre. Trasformare Baltimore in una festival city: la prima di una lunga serie. Rincorrere l’apparentemente implausibile destino turistico di questa città di fumi – quelli delle ciminiere e delle rivolte – e reinventarla in modo talmente radicale da cancellare per sempre il suo passato industriale.

Per l’Inner Harbor scatta l’ora dei cantieri. In dieci anni Schaefer è in grado di attirare ottocento milioni di dollari di investimenti da imprenditori pronti a costruire lungo i moli case, torri per uffici e centri commerciali. I giganti della nuova industria immobiliare – i Rouse – sbarcano qui con il loro Festival Marketplace. Due padiglioni sull’acqua zeppi di ristoranti, negozi e attrazioni ideali per le ansie performative degli americani. Un modello che sarà replicato altrove: dentro e fuori la Rust Belt, anche a New York. Le grandi infrastrutture turistiche non possono ovviamente mancare: un “museo” della scienza e un acquario che si affacciano direttamente sulla baia; e ancora gli alberghi, quindici fra il 1980 e il 1989.

Inner Harbor 2

Passato Schaefer, la cura continua con i suoi successori: il redevelopment è più di un destino, diventa l’identità stessa di Baltimore, ciò che la tiene in vita. Negli anni Novanta arriva il momento degli stadi: due, enormi, sempre in prossimità dell’acqua. E poi nuovi uffici e nuove residenze a saturare tutto il waterfront. E la cura sembra funzionare. Nel 1991, sette milioni di persone scelgono imprevedibilmente di recarsi in qualità di turisti lungo la passeggiata dell’Inner Harbor, per mangiare le polpette di granchio da Paul’s o per fare acquisti al Festival Marketplace, per farsi un giro sulle barchette a forma di coccodrillo che ondeggiando ai piedi del grattacielo più alto – battezzato con arroganza World Trade Center – o per andare a vedere i piranha nell’acquario. E poi, anche i valori immobiliari dicono che Schaefer ha avuto ragione: nei vecchi quartieri operai attorno alla baia i prezzi cominciano letteralmente a impazzire. Improvvisamente, quelle che erano considerate vecchie e anguste case operaie – le row-houses di Baltimore sono leggendarie –, dalle quali fuggire verso il più confortevole suburbio, si trasformano in agognati feticci immobiliari. Negli anni Novanta, il loro valore medio passa da 15.000 a 150.000 dollari. […]

Row Houses

Il miracolo è quindi compiuto: Baltimore ha una nuova economia, nuova occupazione e una nuova immagine. Eppure i turisti non vanno a Baltimore, ma si fermano all’Inner Harbor, che dell’intera città è solo una piccola porzione, nulla più che una vetrina, dicono i critici. Perché, oltrepassato il confine più o meno trasparente del suo acclamato playground lungo qualche chilometro ma profondo una manciata di isolati, c’è la Baltimore di sempre. Con il suo vertiginoso ammontare di dolore quotidiano che i turisti e i suburbanites in arrivo ignorano quasi del tutto: le bretelle autostradali sono, infatti, abili e veloci nel rendere il lato oscuro della città una comparsa fuggevole al di là dei finestrini. Ma se, per sbaglio, fuoriusciti dal denso flusso umano che scivola lungo la baia, si sconfina in qualche quartiere immediatamente a nord, l’impatto con l’altra Baltimore diviene inevitabile.

Row Houses 2

“L’Inner Harbor funziona come una maschera sofisticata”, scrive ancora David Harvey [studioso di urbanistica vissuto a Baltimore, NdR]. “Ci invita a partecipare ad uno spettacolo, a goderci un circo festoso che celebra il venirsi incontro delle persone e delle merci. Come ogni maschera, può intrattenerci e distrarci, ma ad un certo punto vogliamo sapere che cosa si nasconde dietro. E se la maschera si rompe o è strappata via violentemente, ad apparire sarà la faccia terribile della miseria di Baltimore”. Non si tratta tanto di scoprire la “vera” Baltimore contro una sua fittizia rappresentazione. Senza dubbio, il volto festivo e consumistico dell’Inner Harbor si regge sull’illusione di una sua indefinita estensione, quasi a voler esorcizzare l’esistenza dell’altra Baltimore di cui pure molti dei suoi frequentatori sospettano.

Entrambi i mondi, entrambe le città, sono però egualmente reali. Sono il segno di una realtà urbana che ad un certo punto si è scissa in modo violento e irreparabile. La verità sta proprio nella loro giustapposizione, nella loro inammissibile prossimità fisica, che fa di Baltimore uno dei migliori esempi occidentali di città duale, tanto duale da essere addirittura definita da un altro studioso di questioni urbane – Marc Levine – “una città del terzo mondo al cuore del mondo avanzato”. Una città sospesa fra la ricchezza dei flussi e la miseria dei ghetti, fra la felicità dei consumatori e la disperazione dei produttori.

(tratto da Alessandro Coppola, Apocalypse town. Cronache dalla fine della civiltà urbana, Laterza, 2012)

Louise Brooks “Beggars of Life” (1928)

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