Gilles Deleuze, A come Animale (Abecedario)

Giusto ieri mattina, intorno alle 7,  osservavo una lunghissima colonna di migliaia di formiche lunga una decina di metri, ordinata nei due sensi,andata e ritorno, che da un punto del terreno trasportava al formicaio centinaia di pagliuzze. Due ore dopo, la colonna era completamente sparita, in giro c’erano al massimo 4-5 formiche sperdute che avevano perso il contatto, o che continuavano a perlustrare il territorio. Evidentemente era stato impartito un ordine “dall’alto”, per così dire,  o dai /dalle “responsabili”, secondo il quale non c’era più bisogno di pagliuzze, e le formichine si sono riconvertite a nuovi lavori, oppure si son prese il meritatissimo riposo! (immagino che anche le formiche operaie riposino o dormano! o no?). Posso aggiungere che le formiche non erano inquadrate militarmente ma, pur seguendo una direzione ben precisa, erano “zigzaganti” nel loro procedere…

Mi sono ricordato dell’Abecedario di Gilles Deleuze, (citato recentemente da alleedelisleadam  nel suo blog), una serie di interviste al filosofo francese realizzate nel 1988, ma trasmesse postume per la prima volta nel 1996, successivamente pubblicate da DeriveApprodi, e disponibili anche su YouTube (con i sottotitoli). Un’Abecedario che, forse per una banale coincidenza, comincia con la A di Animale e termina con la Z  di “zigzag” (delle mosche, ma non solo)…Davvero sorprendente! (d’altronde questo è anche il periodo di maggior effervescenza di formiche, mosche e, ahimè, anche Zanzare!)

Gilles Deleuze, A come Animale (Abecedario)

http://www.deriveapprodi.org/2005/11/abecedario-di-gilles-deleuze/

Intervista a cura di Claire Parnet

Regia di Pierre-André Boutang

CLAIRE PARNET. Dunque, cominciamo con la “A”. come “Animale”. Si potrebbe riprendere per quanto ti riguarda, la frase di W.C. Fields:

 “uomo che non ama né i bambini, né gli animali non può essere del tutto cattivo”.

 Allora, lasciamo da parte i bambini per il momento, ma gli animali domestici, sappiamo che non ti piacciono molto, e non riprendi neanche la distinzione di Baudelaire o di Cocteau, per te i gatti non sono meglio dei cani. Invece in tutta la tua opera c’è un “bestiario” abbastanza ripugnante. Oltre alle belve, che sono bestie nobili, parli molto della zecca, della pulce e di altri animali simili, ripugnanti. E vorrei aggiungere che gli animali ti sono serviti molto, fin da L’Anti-Edipo, per un concetto che è diventato importantissimo nella tua opera, “divenire animale”. Vorrei che tu chiarissi qual è il tuo rapporto con gli animali.

GILLES DELEUZE. Gli animali… non saprei. Sì. Quello che hai detto sul mio rapporto con gli animali domestici… Non è una questione di animali domestici o selvaggi. Non è importante. O di gatti e di cani. Il problema è che ci sono degli animali familiari e familiali. Ed è vero che gli animali familiali o famigliari che siano addomesticati o addestrati non mi piacciono. Al contrario mi piacciono gli animali non familiari o familiali che siano addomesticati, li amo molto perché sento che c’è qualcosa in loro. Dunque, quello che è successo a me è ciò che accade in molte famiglie. Non avevo gatti o cani, e un giorno uno dei bambini è venuto da me portando un gatto che non era più grande della sua manina. Eravamo in campagna. Lo aveva trovato in un pagliaio credo, ma da quel momento fatale ho sempre avuto un gatto a casa. Allora, cosa mi disturba in queste bestie, comunque non è che sia stato un calvario, lo sopporto… Cosa mi disturba? Non mi piace lo strusciamento dei gatti. Un gatto passa il suo tempo a strusciarsi addosso a te, e questo non mi piace. Un cane è diverso. Ai cani rimprovero fondamentalmente di abbaiare. L’abbaiare mi sembra veramente il grido più stupido che ci sia in natura. Ci sono vari generi di grida, ma quello è veramente la vergogna del regno animale. Sopporto meglio, invece, purché non sia per troppo tempo, l’urlo. Non so come dire, l’ululare rivolto alla luna. Un cane che urla alla luna lo sopporto meglio…

CP: L’urlo alla morte…

 GD: Alla morte, non so. Lo sopporto meglio dell’abbaiare. E poi da quando ho saputo che cani e gatti frodano la previdenza sociale la mia antipatia per loro è aumentata ancora. Quello che voglio dire, ma magari quello che dico è stupido, perché le persone che amano davvero cani e gatti hanno con loro un rapporto che non è umano. Per esempio i bambini, hanno con il gatto un rapporto che non è umano, è un rapporto o infantile oppure… [Quello che voglio dire è che] l’importante è avere un rapporto animale con l’animale. Ma allora, in cosa consiste avere un rapporto animale con l’animale? Non vuol dire parlargli. In ogni caso ciò che non sopporto è il rapporto umano con l’animale. So bene quel che dico, perché abito in una strada un po’ deserta, dove le persone portano a passeggio i loro cani. E quello che sento dalla mia finestra è assolutamente spaventoso, è spaventoso il modo in cui le persone parlano ai loro animali. Ma anche la psicanalisi, la psicanalisi è così fissata su gli animali familiari o familiali, gli animali della famiglia, che qualunque tema animale nei sogni è interpretato come un’immagine del padre, della madre o del bambino, cioè l’animale come membro della famiglia. È odioso, non lo sopporto. Basta pensare a due capolavori di Rousseau: “Il Doganiere”, il cane nella carriola è veramente il nonno, il nonno allo stato puro, mentre il cavallo da guerra de “La guerra”, è una vera e propria bestia.

Qual è dunque il rapporto che si instaura con l’animale? Si ha un rapporto umano con l’animale? In generale le persone che li amano non hanno un rapporto umano con gli animali, hanno un rapporto animale con loro, ed è molto bello. Anche i cacciatori, che non mi piacciono, i cacciatori hanno un rapporto stupefacente con gli animali… Allora, credo che tu mi abbia chiesto anche degli altri animali. È vero che sono affascinato da bestie come i ragni, le zecche, le pulci, sono importanti come cani e gatti. E anche questi sono rapporti con gli animali. Uno che ha le zecche, le pulci cosa vuol dire? Sono rapporti estremamente attivi con gli animali. Allora, cosa mi affascina dell’animale? Perché davvero il mio odio per certi animali si nutre del fascino per molti altri. Se dovessi fare il punto, se provassi a capire cosa mi colpisce di un animale, la prima cosa che mi colpisce è in effetti che ogni animale ha un mondo. È curioso perché ci sono un sacco di persone, di umani che non hanno mondo. Vivono una vita qualunque. Gli animali hanno un mondo. Un mondo animale cos’è… a volte è straordinariamente limitato e questo mi colpisce. Gli animali reagiscono a pochissime cose, ma a tutta una serie di cose…

Interrompimi se credi…

Sì, allora questa storia, questa prima caratteristica dell’animale è veramente l’esistenza di mondi animali specifici e particolari, e forse a volte è proprio la povertà del loro mondo, il carattere ridotto di questo mondo a impressionarmi. Per esempio, si parlava prima di animali come la zecca. La zecca risponde o reagisce solo a tre cose, a tre eccitanti e basta, in una natura che è una natura immensa. Tre eccitanti e nient’altro. Tende verso l’estremità del ramo di un albero. Attirata dalla luce, può aspettare sul ramo degli anni, senza mangiare, senza niente, completamente amorfa, aspetta che un ruminante, un erbivoro, una bestia passi sotto il ramo. Poi si lascia cadere, è una specie di eccitante olfattivo. zecca annusa la bestia che passa sotto il ramo. Questo è il secondo eccitante, quindi, luce e poi odore, e poi quando è caduta sul dorso della povera bestia, va a cercare la zona meno ricoperta i peli, dunque abbiamo un eccitante tattile, e si ficca nella pelle. Del resto non le importa assolutamente niente. In una natura brulicante, estrae e seleziona tre cose…

CP: È il tuo sogno di vita? Ti interessa questo negli animali?

 GD: È questo a farne un mondo.

CP: Da qui il tuo rapporto animale/scrittura, perché anche lo scrittore ha un mondo…

 GD: È più complesso. Sì, ci sono altri aspetti, non basta avere un mondo per essere un animale. Ciò che mi affascina più di tutto sono le questioni relative al territorio. E con Félix Guattari abbiamo quasi fatto un concetto filosofico dell’idea di territorio. Ci sono anche animali senza territorio, ma quelli con un territorio sono prodigiosi. Costituire un territorio per me è quasi la nascita dell’arte. Quando vediamo come un animale delimita il proprio territorio, tutti lo sanno, tutti hanno sentito la storia delle ghiandole anali, dell’urina con cui l’animale segna i confini del proprio territorio. Ma c’è molto di più. delimitare il territorio ci sono anche una serie di posture, per esempio abbassarsi/alzarsi, una serie di colori. Il babbuino, per esempio, i colori delle chiappe dei babbuini, che esibiscono al confine del territorio. COLORE,CANTO,POSTURA, sono le tre determinazioni dell’Arte. Vale a dire: il colore, le linee – le posture animali possono essere vere e proprie linee – colore, linea, canto, è pura arte. E quindi quando escono o quando rientrano nel proprio territorio, il loro comportamento. Il territorio è il dominio dell’avere. È curioso che si sia nell’avere, cioè nella proprietà, le mie proprietà, al modo di Beckett o di Michaux. Il territorio concerne la proprietà dell’animale e uscire dal territorio è avventurarsi. Ci sono animali che riconoscono i propri congiunti, li riconoscono nel proprio territorio, non fuori.

CP: Quali?

 GD: È meraviglioso. Non so quali animali, non mi ricordo quali uccelli. Quindi con Felix – e qui sto uscendo dall’“animale” – pongo un problema filosofico: mischiamo un po’ tutto nell’abbecedario. Si rimprovera a volte ai filosofi di creare delle parole barbare. Mettiti nei miei panni. Per certe ragioni, ci tengo a riflettere su questa nozione di territorio e mi dico che il territorio mi interessa in relazione al movimento con il quale se ne esce, bisogna dunque restituire questo. Ho bisogno di una parola apparentemente barbara, così con Felix abbiamo costruito un concetto che mi piace molto, il concetto di “deterritorializzazione”. Ci dicono che è una parola difficile da dire… e poi cosa vuole dire… eccetera. Ma è un buon esempio di un concetto filosofico che può essere designato solo con una parola che non esiste ancora. Anche se in seguito si scopre che c’è un equivalente in altre lingue. Mi sono accorto dopo, per esempio, che in Melville tornava sempre la parola outlandish. Lo pronuncio male, correggimi tu, ma l’outlandish è esattamente il “deterritorializzato”. Letteralmente. Allora, per la filosofia – prima di tornare all’animale – per la filosofia è stupefacente. È stupefacente che a volte ci sia bisogno di inventare una parola barbara per rendere conto di una nozione con cui si esprime qualcosa di nuovo, e la nozione in questo caso è che non c’è territorio senza un vettore di uscita dal territorio, e non c’è uscita dal territorio, cioè deterritorializzazione, senza allo stesso tempo uno sforzo di riterritorializzazione altrove, su altro. Tutto questo vale per gli animali. È questo mi affascina, come in generale tutto l’ambito dei segni.

Gli animali emettono dei segni, non smettono mai di emettere segni, producono segni, vale a dire, nel doppio senso di reagire a dei segni, come per esempio il ragno, per tutto ciò che tocca la sua tela, non è che reagisce a qualsiasi cosa, reagisce a dei segni e poi lascia segni, li produce, o per esempio le famose tracce. Si tratta dell’impronta di un lupo? È un lupo o è altro? Ammiro moltissimo le persone che li sanno riconoscere,per esempio i cacciatori, i veri cacciatori, non quelli dei club di caccia, ma i veri cacciatori che sanno riconoscere l’animale che è appena passato. In quel momento sono animali, hanno con l’animale un rapporto animale, ecco cos’è avere un rapporto animale con l’animale, è formidabile.

CP: Ma è questa emissione e ricezione di segni che avvicina alla scrittura o allo scrittore l’animale?

 GD: Sì, se mi si chiedesse che cos’è per me un animale, risponderei: è stare in agguato. È un essere fondamentalmente in agguato.

CP: Come lo scrittore?

 GD: Lo scrittore è un essere in agguato. Un filosofo è in agguato. Un amante è in agguato. Per me l’animale è… vedi come sono le orecchie dell’animale, non fa niente se non in è in agguato, non è mai tranquillo, non è mai tranquillo l’animale… mangia, deve sorvegliare se gli succede qualcosa alle spalle, di fianco, eccetera. È terribile questa esistenza in agguato. Allora fai il confronto, cosa succede con lo scrittore, che rapporto c’è…

CP: Ma l’hai fatto tu prima di me…

 GD: È vero, si dovrebbe quasi dire che al limite lo scrittore serve per dei lettori naturalmente, ma cosa vuol dire “per”, vuol dire “all’attenzione di”. Uno scrittore scrive all’attenzione di, ossia “per” dei lettori. Ma bisogna dire anche che uno scrittore scrive per dei nonlettori, cioè “non all’attenzione di”, ma “al posto di”. “Per” vuol dire due cose, vuol dire all’attenzione di e al posto di. Allora Artaud ha scritto pagine che tutti conoscono:

“scrivo per gli analfabeti, scrivo per gli idioti”.

Faulkner scrive per gli idioti. Non vuol dire perché gli idioti o gli analfabeti leggano, vuol dire “al posto” degli analfabeti. Io voglio dire che scrivo al posto dei selvaggi, al posto delle bestie. E cosa significa questo, perché si osa dire una cosa del genere, scrivo al posto degli analfabeti, degli idioti, delle bestie. Ma perché è questo che si fa quando si scrive. Quando uno scrive non si tratta di un piccolo affare privato. Sono veramente gli stupidi, è veramente l’abominio della mediocrità letteraria, di sempre, ma particolarmente di oggi, lasciare credere alla gente che per fare un romanzo basti avere per esempio una piccola storia privata, la propria storia. La nonna morta di cancro, la propria storia d’amore bastano a fare un romanzo. Ma è una vergogna, è una vergogna pensare una cosa simile. Scrivere non è l’affare privato di qualcuno, ma è veramente lanciarsi una questione universale. Romanzo o filosofia. Allora cosa vuol dire…

CP: Questo scrivere “per”, cioè in favore di e al posto di, è un po’ quello che dicevi in “Millepiani”, a proposito di Chandos e della bella frase di Hofmannsthal:”lo scrittore è uno stregone perché vive l’animale come la sola popolazione di fronte a cui è responsabile”.

 GD: È così. È proprio così. E non è solo un’affermazione letteraria questa di Hofmannsthal. È ben altro. È che scrivere significa necessariamente spingere il linguaggio e la sintassi, perché il linguaggio è la sintassi fino a un certo limite. Limite che si può esprimere in diversi modi. Ad esempio il limite che separa il linguaggio dal silenzio, o il limite che separa il linguaggio dalla musica, o quello che separa il linguaggio da qualcosa che possiamo dire come un pigolio, un pigolio doloroso…

CP: Ma assolutamente non abbaiare…

 GD: No, non abbaiare. Oppure chissà… uno scrittore potrebbe arrivarci… Ma un pigolio doloroso, sì… Kafka. Kafka è la “Metamorfosi”, il procuratore che urla, “avete sentito, si direbbe un animale”. Poi il pigolio doloroso di Gregor. Oppure il popolo dei topi, si scrive per il popolo dei topi… (P: Josephine…). il popolo dei ratti che muore. Contrariamente a quello che si dice non sono gli uomini che sanno morire o che muoiono, sono gli animali, e quando gli uomini muoiono, lo fanno come le bestie. Torniamo allora ai gatti e con un gran rispetto. Tra i molti che sono passati di qui c’è un gattino che è morto in poco tempo. Ho visto quello che hanno visto tanti: come un animale cerca un luogo per morire. C’è anche un territorio per la morte, la ricerca del territorio della morte, dove si può morire. Questo gattino che cercava di infilarsi da qualche parte, in un angolo, come se fosse il posto buono per morire. In un certo senso, se lo scrittore è colui che spinge il linguaggio al limite, limite che separa il linguaggio dall’animalità, dal grido, dal canto, in questo caso allora bisogna dire che sì, lo scrittore è responsabile di fronte agli animali che muoiono, il ché vuol dire rispondere degli animali che muoiono. Scrivere non per loro, non si scrive per il proprio gatto o per il proprio cane, ma scrivere al posto degli animali che muoiono, significa portare il linguaggio a questo limite. E non c’è letteratura che non porti il linguaggio e la sintassi al limite che separa l’uomo dall’animale. Bisogna stare su questo stesso limite. Credo. Anche quando si fa della filosofia. Si è al limite che separa il pensiero dal non-pensiero. Bisogna sempre essere al limite che separa dall’animalità, ma per l’appunto, in modo da non esserne più separati. Così c’è un’inumanità propria al corpo umano e allo spirito umano, ci sono dei rapporti animali con l’animale.

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