La società stupida (Dumbing Down Society)

“La certezza è unanime: anche stavolta gli italiani voteranno in massa il cazzaro che la spara più grossa.” (Alessandra Daniele)

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   “Dumbing Down Society”, che potrebbe essere tradotto anche come “rincoglionimento” o “ammutolimento” di massa, (dumb = muto, ottuso, stupido), è una definizione che calza a pennello per descrivere lo stato di imbecillità diffuso della società italiana. Non molto tempo fa, ma prima della Grande Crisi, nel dicembre 2007, un famoso Rapporto Censis parlava, sempre a proposito dello stato di salute della società italiana, di poltiglia, “una mucillagine sociale che inclina continuamente verso il peggio”, una società adagiata in un’inerzia diffusa. Ida Dominiianni, sul manifesto, parlava addirittura di sole nero della malinconia (citando Julia Kristeva):

“Poltiglia di massa, indifferente al futuro e ripiegata su se stessa. Mucillagine inerte e inconcludente. Coriandoli individualisti che galleggiano solo per appagato imborghesimento. Aspirazioni senza scopo e senza mordente che separano e non uniscono. E su tutto, istituzioni incapaci di riattivare processi di coesione sociale. “ (Ida Dominiianni).

Una maggioranza soddisfatta e beota, intrappolata nell’inerzia di un presente depresso e senza futuro, sempre secondo il Censis, sta progressivamente uccidendo la proverbiale vitalità della società italiana. Una società che ha perso le passioni, e che ha solo impulsi. Questa società, questa maggioranza, lasciata a se stessa, è “più rassegnata che incarognita”,  indifferente a fini e obiettivi di futuro, ripiegata su se stessa.

Una deriva verso il peggio in tutti i campi della vita individuale e collettiva, che ha creato una sorta di monstrum alchemicum “che ci rende impotenti, come di fronte a una generale entropia”. Una crisi che risiede nella regressione individualistica di tutti i valori di riferimento, un tempo interpretati collettivamente (Melanie Klein). Parole come popolo, cultura, scuola, istituzioni, responsabilità  non significano più nulla, sono parole svuotate di senso:

“Il vaffanculo scritto dappertutto, la violenza, la volgarità, lo sballo, questa dimensione sempre più disadorna della cultura collettiva, la scuola dileggiata dai ragazzi che filmano gli insegnanti con il cellulare o provocano incendi…”

Un ritratto di società che avrebbe fatto la felicità di tutti quanti noi che ci deliziavamo anzitempo coi film americani di serie B sulla delinquenza giovanile o con quelli di George Romero e tutti i seguiti gore, horror e splatter. Solo che adesso sembra che tutta quanta la nostra società sia diventata effettivamente un incubo da film di serie B. E se si prova a risvegliare gli zombi dal loro torpore, diventano ancora più pericolosi, più rancorosi. Hanno come un guizzo di vitalità riflessa nel mugugno, nell’insulto, nel vaffanculo. Per qualche attimo si incarogniscono pure. Ma è pura finzione, non c’è sangue. L’unica fortuna, per noi viventi (ma lo siamo ancora?), è che, come dice ancora la Daniele, “i presunti persuasori occulti sono diventati palesi imbecilli, hanno respirato troppo dello stesso gas allucinogeno col quale sono pagati per intossicarci”. Il sistema imploderà per la sua stessa imbecillità.

PS

Il termine dumbing down descrive la diminuzione deliberata del livello intellettuale dei contenuti in letteratura, film, notizie, scuola ed educazione, cultura in generale. Il termine nasce all’interno del business cinematografico, negli anni Trenta del XX secolo, per designare prodotti triviali indirizzati alle persone “di scarsa educazione o intelligenza”, deliberatamente super-semplificati e  ripuliti da qualsiasi pensiero critico, fino a minare qualsiasi standard intellettuale nel linguaggio e nell’apprendimento. Forse non a caso  il termine viene ripreso nel 1990 da John Taylor Gatto nel saggio Dumbing Us Down: The Hidden Curriculum of Compulsory Schooling, a proposito di scuola e insegnamento, in cui si chiede se per caso non fosse stato assunto, come insegnante, per diminuire piuttosto che per aumentare le facoltà dei ragazzi:

“Cominciai a comprendere che l’intero curriculum scolastico era concepito  esattamente come se qualcuno avesse organizzato il tutto per evitare che i ragazzi imparassero a pensare, e ad agire, per indurli ad atteggiamenti di dipendenza e assuefazione…La scuola è una condanna a 12 anni di galera, dove l’unico curriculum veramente appreso sono le cattivi abitudini…”,  un’educazione per un sottoproletariato deprivato per sempre dal trovare il centro del proprio ingegno.

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