Michele Prospero – Da Grillo a Berlusconi, la politica delle barzellette

Da Grillo a Berlusconi, la politica delle barzellette

di Michele Prospero

 

 

Michele Prospero, professore di Filosofia del Diritto alla Sapienza (Scienze della Comunicazione), è uno dei più lucidi analisti della crisi politica attuale. Lo si può seguire sia all’Università, ovviamente, che nel suo blog sull’Unità:

 http://www.unita.it

Le cronache riferiscono di un Berlusconi che trascorre le giornate a studiare con attenzione i comizi di Grillo. O insomma quelle eccentriche esibizioni in pubblico (che sia Grillo che Berlusconi rifiutano con sdegno di chiamare comizio) dove un attore solo occupa la scena. E lo fa come meglio crede, camminando scomposto su un palco tra la folla plaudente, sfornando parole in libertà senza seguire un filo o svelare un nesso consequenziale.

Per entrambi, i comizi sono robaccia da vecchia politica, meglio allora lo scherzo, l’invettiva, la battuta che scalda un uditorio passivo, rapito al cospetto di una famosa pop star. Quando ha vinto l’ultima volta, lo statista che non disdegnava di paragonarsi a Giustiniano e a Napoleone, recitava barzellette sempre identiche (come fa il comico genovese) e si rivolgeva gesticolando al suo pubblico con queste argute domande: «Quante dita ha una mano? Quante due mani? E dieci mani? Cento? Ma no: 50! Ragazzi, spero che almeno la croce non la sbagliate».

Il comizio (che Berlusconi si vantava di aver tramutato in una «conversazione piena di humor») sfilava senza alcun motivo conduttore e le immagini si svuotavano ben presto di ogni significato politico. Sul piano dei contenuti espliciti, Berlusconi era una metafisico ambulante che penetrava il nulla. Le sue costruzioni verbali erano svuotate di senso e le narrazioni viaggiavano indifferenti al solido principio di realtà.

Quando il nulla metafisico è andato al governo ha prodotto però il tragico con un disarmante scenario di non governo. Sono in tanti gli orfani di quel mondo incantato dove la politica smarriva ogni diagnosi culturale e scorreva con leggerezza nella chiacchiera insignificante che copriva un pullulare di affari e di cricche. Il Cavaliere vede ora proprio in Grillo l’assicurazione che quel mondo antico di metafore vuote e di tasche piene sopravvivrà ancora a lungo. Come lui la pensano anche al «Fatto quotidiano».

Venerdì Paolo Flores d’Arcais annotava: «Le prossime elezioni le vince chi conquista la piazzaforte strategica dell’antipolitica». Questa brutta eredità del ventennio dominato da Berlusconi non accenna a sparire. Neppure la percezione di una catastrofe imminente, prodotta dalla lunga seduzione antipolitica, è servita per restituire un ancoraggio realistico alla società. Continua anzi indisturbato quello smarrimento del principio di realtà che rende l’Italia una perenne malata d’Europa.

L’antipolitica in Italia non è infatti una credenza marginale di segmenti esclusi ma costituisce l’ideologia dominante coltivata con cura dalle élite economiche e mediatiche. In tante trasmissioni della tv, nelle pagine dei grandi giornali (che fanno a gara nello sbattere il comico in copertina), nei settimanali più diffusi, si compie un investimento politico preciso: fornire munizioni al comico dell’anticasta per ostacolare così la ricostruzione faticosa dell’odiata democrazia dei partiti.

Per ora il fenomeno Grillo appare come una bomba esplosa in mano a chi la maneggiava. Doveva essere, nelle intenzioni dei persuasori palesi, un ordigno per creare disordine a sinistra e imporre un rimescolamento delle carte a favore di un capo carismatico (designato dai media). E invece Grillo sconfina a destra, pesca tra i leghisti, cattura rapimenti mistici tra gli orfani del Cavaliere. Urgono per questo adattamenti nella strategia di utilizzo del comico genovese che prima o poi verrà scaricato dai suoi stessi gran manovratori condannati a trovare un nuovo cavallo.

Mentre studia le movenze del comico che scorazza nel suo antico popolo di fedeli mietendo un inopinato successo, a Berlusconi non sarà certo sfuggito l’articolo 5 del «non statuto» del Movimento 5 Stelle: «Beppe Grillo, è l’unico titolare dei diritti d’uso del contrassegno registrato». Niente più di questo passaggio (non) statutario offre la radiografia del fenomeno: un nuovo partito personale, come Forza Italia delle origini, che assale la «casta» in nome della iperdemocrazia ma conferisce al movimento un inviolabile marchio proprietario. Niente di nuovo sotto il sole o meglio sotto i flash della video (anti)politica che «il Fatto» e Berlusconi vorrebbero infinita.

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