No Tav, Pasolini e il ’68

Verso la fine di febbraio un manifestante No Tav in Val di Susa dà del “pecorella” a un carabiniere anonimo, che resta immobile  ben nascosto dentro la sua enorme maschera anti-gas, mentre i suoi colleghi riprendono il terribile ”anarchico” in volto. Provocazione, sfottò, sbeffeggiamento, insulto, fate voi. Fatto sta che lì vicino c’è appostata una troupe del Corriere della Sera (e sullo sfondo si nota anche Guido Ruotolo), e nei giorni successivi il nostro “cattivo ragazzo” (un semplice lavoratore di una cooperativa ecologica) si guadagna il suo quarto d’ora di celebrità. I media rilanciano la notizia, elogiando il carabiniere immobile e rispolverando nientemeno che una famosa “poesia” di Pasolini sugli scontri del ’68, in cui lo scrittore-regista-etc. definiva i poliziotti di allora “figli di poveri” e gli studenti “figli di papà”: insomma, una lotta di classe alla rovescia:

“Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete pavidi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
prerogative piccolo-borghesi, cari.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.”

Il paradosso è che a rilanciare l’ennesima (strumentale) citazione di Pasolini è un giornalista dello stesso Corriere della Sera (che in queste cose ci sguazza, e soprattutto riprende un po’ di colorito coi tempi cupi che corrono, dopo i fasti bungabunga e troteschi!), quotidiano citato dallo stesso Pasolini, fra gli altri, come Padre di cotanti figli viziati:

“Stampa e Corriere della Sera, News- week e Monde
vi leccano il culo. Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
si tratta di una lotta intestina. “

Il “cattivo ragazzo” figlio del Corriere della Sera? Giustamente preoccupato dalla degenerazione del “dibattito”, Adriano Sofri, sulla Repubblica del 2 marzo invita tutti e soprattutto i media, a rileggersi la poesia del Pasolini, e a non fare  confronti sbagliati con un’altra epoca (non a caso la poesia si intitola “Il PCI ai giovani”! roba che per un giovane di oggi, nato nel 1990,  deve sembrare appartenere al Pleistocene!):

“MEGLIO lasciar stare Pasolini, era un’altra cosa, un altro tempo. Si chiamano valle tutte e due, Valle Giulia e la Val di Susa: ma la differenza è chiara, no? E poi non l’hanno mai letta la famosa poesia del “Pci ai giovani”, se no non citerebbero sempre quei quattro versi, e sbagliando anche la citazione. Era parecchio lunga, quella poesia, e se la leggessero per intero si stupirebbero di quello che dice. E comunque i manifestanti della Val di Susa non hanno per lo più “facce da figli di papà”, e i poliziotti non sono più soltanto, per fortuna, “figli di poveri”, venuti dalle periferie, “i tanti fratelli, la casupola tra gli orti con la salvia rossa…”.

E poi continua dicendo che poliziotti e manifestanti si assomigliano molto di più adesso, e che adesso c’è una telecamera che li riprende, e che “il manifestante parlava già a un destinatario di cui non vedeva la faccia, ed era inevitabile che da un certo punto in poi regolasse il suo gergo sulla telecamera che le registrava…Vedete dunque quanto tempo è passato, e che scherzi gioca la memoria ai citatori.”.  Certo oggi i poliziotti non sono più quei figli di poveri, umiliati e pieni di odio,  vestiti da “pagliacci, con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio furerie e popolo…senza più sorriso, senza più amicizia col mondo…” (parole di Pasolini).

Dai media il “dibattito” tracima com’è giusto sul web, su YouTube (con le consuete risse e ferocie da desktop) e su più riflessivi blog, che accolgono il suggerimento di Sofri a leggerla questa benedetta poesia, che dopotutto il Pasolini non intendeva prendere alla lettera le difese dei poliziotti e attaccare i “figli di papà” contestatori. Se non si vogliono evidenziare soltanto gli stereotipi “studenti figli di papà” e “poliziotti figli del popolo”, contenuti nelle prime righe, che poi portano a vecchie e nuove strumentalizzazioni, allora, ci si dice, bisogna leggersi i testi con cui Pasolini, successivamente, ha voluto precisare il suo pensiero. Infatti in epoca successiva il poeta-scrittore-regista-etc aveva precisato che

“[…] Proprio un anno fa ho scritto una poesia sugli studenti, che la massa degli studenti, innocentemente, ha “ricevuto” come si riceve un prodotto di massa: cioè alienandolo dalla sua natura, attraverso la più elementare semplificazione. Infatti quei miei versi, che avevo scritto per una rivista “per pochi”, “Nuovi Argomenti”, erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, “L’Espresso” (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan (“Vi odio, cari studenti”) che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. Potrei analizzare a uno a uno quei versi nella loro oggettiva trasformazione da ciò che erano (per “Nuovi Argomenti”) a ciò che sono divenuti attraverso un medium di massa (“L’Espresso”). Mi limiterò a una nota per quel che riguarda il passo sui poliziotti. Nella mia poesia dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di architettura di Roma […]; nessuno dei consumatori si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l’attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo, in una dozzina di versi, dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all’odio razziale i poveri – gli spossessati del mondo – ha la possibilità anche di fare di questi poveri deglì strumenti, creando verso di loro un’altra specie di odio razziale; le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come “ghetti” particolari, in cui la “qualità di vita” è ingiusta, più gravemente ingiusta ancora che nelle università”. Nessuno dei consumatori di quella poesia si è soffermato su questo e tutti si sono fermati al paradosso introduttivo». (Il Tempo. 17 maggio 1969).

Quindi, secondo lo stesso Pasolini, il “paradosso introduttivo” (“io simpatizzavo coi poliziotti”) era in realtà “una piccola furberia oratoria (destinata) a richiamare l’attenzione del lettore”. Il tema vero era la rappresentazione del Potere che usa i “poveri” come strumenti. Insomma, ci siamo sbagliati tutti in questi decenni nell’accettare passivamente una falsa interpretazione anti-studentesca (e reazionaria) di una poesia che pochi hanno letto per intero (anche perché è lunghetta).   Nell’Apologia Pasolini afferma:

“[…] Sia dunque chiaro che questi brutti versi io li ho scritti su più registri contemporaneamente: e quindi sono tutti ‘sdoppiati’ cioè ironici e autoironici. Tutto è detto tra virgolette. Il pezzo sui poliziotti è un pezzo di ars retorica, che un notaio bolognese impazzito potrebbe definire, nella fattispecie, una ‘captatio malevolentiae’: le virgolette sono perciò quelle della provocazione. […]”.

Devo ammettere un profondo senso di disagio a proposito di queste precisazioni, che suonano tanto come excusatio non petitae, come un ulteriore raggiramento: ma come, tutta la “poesia” (che poi poesia non è, ma è semplicemente un testo polemico in prosa, e sistemato in pseudo versi liberi), tutta la poesia risuona di un livore anti-contestazione studentesca dal primo rigo all’ultimo, ed è stata scritta per questo scopo, e tu mi vieni a dire che in realtà si tratta di una “provocazione”, di una “piccola furberia oratoria”  per attirare l’attenzione sulla condizione dei poliziotti sotto-proletari? Pubblichi la “poesia” sull’Espresso, cioè un “medium di massa”,  con il titolo “Vi odio, cari studenti”, e tu dici di non saperne niente, che è un titolo non tuo, e che gli altri che hanno frainteso sono consumisti ? Ma, verrebbe da dire, ma tu in che mondo vivi? A chi vuoi prendere per il culo? Perché, “Vi odio come odio i vostri papà”, chi l’ha scritto, il titolista dell’Espresso? Se togliamo la ripetuta affermazione ad nauseam che gli studenti sono odiosi mocciosi figli di papà e che i poliziotti sono i “poveri”, cioè i proletari che appartengono “all’altra classe sociale”, cosa resta di questa “poesia”?

Resta, al fondo,  un’interpretazione del movimento studentesco non solo ostile (nemica) , e quindi ampiamente strumentalizzata da parte della Destra (di tutti i tempi, fino a oggi), ma profondamente ignorante e prevenuta, così come vi è una concezione arretrata dell’operaio di fabbrica di allora, che non sarebbe in grado di occupare una fabbrica, e che sarebbe rimasto “al 1950 e più indietro”, ai sentimenti archeologici che allignano “ancora nei petti popolari, in periferia”. A dispetto di Pasolini, si è visto, in quegli anni,  che gli studenti sono andati ai cancelli delle fabbriche, e gli operai hanno occupato le fabbriche, e organizzato scioperi selvaggi! “Petti popolari”, poi…vabbè… Oggi diremmo che Pasolini faceva del populismo di bassa lega, del romanticismo reazionario infiorettato di verbosità studiate.

Ma quale film del ’68 in realtà Pasolini aveva visto? E se invece di ridurci ai miserabili stereotipi che Pasolini trita e ritrita, proviamo a ricostruire storicamente, anche con distacco,  l’Università e i movimenti di quegli anni (compreso quello degli operai di fabbrica), emerge una storia che evidentemente al poeta  romantico reazionario è completamente sfuggita, perdendo con ciò anche la capacità di non perdere il senno e una spiegazione di quanto accadeva.  Vedremmo quindi che in quegli anni l’Università stava diventando di massa, con la liberalizzazione degli accessi, che la composizione sociale degli studenti si stava profondamente modificando, che le lotte nell’Università erano iniziate molto prima, già nel 1966, e che lo stesso movimento del ’68 non è iniziato con la battaglia  di Valle Giulia ma a fine ’67, con le prime occupazioni contro la Riforma Gui; che lo stesso Partito Comunista, con la segreteria di Luigi Longo dal 1964 al 1972, prestava molta attenzione e molte analisi al nascente movimento:

“Le basi materiali dell’esplosione della protesta nelle universita’ italiane devono essere rintracciate nelle riforme scolastiche degli anni ’60. Con la nuova scuola media per la prima volta si era creato un sistema di istruzione di massa oltre la scuola primaria.…Nel 1968 le Universita’ di Roma, Napoli e Bari avevano rispettivamente 60.000, 50.000 e 30.000 studenti mentre erano state progettate per accogliere poco piu’ di 5.000 studenti.…La liberalizzazione dell’accesso all’Universita’ fu una sorta di innesco per una bomba  a orologeria…Molti studenti della seconda meta’ degli anni ’60 assai poco condividevano i valori dominanti nell’Italia del “miracolo economico”: l’individualismo, il potere totalizzante della tecnologia, l’esaltazione della famiglia, la corsa ai consumi …essi divennero terreno fertile per la critica delle due ortodossie dominanti in Italia, quella cattolica e quella comunista.”  (Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi, 1989)

Pasolini con Water Veltroni e Ferdinando Adornato: quando si dice essere preveggenti!

C’è però un punto di svolta, quando l’allora dirigente della “destra PCI”  Giorgio Amendola, ispiratore di quella corrente cosiddetta “migliorista” di cui fecero parte fra gli altri Chiaromonte, Bufalini, Natta, Macaluso, Napolitano (l’attuale Presidente della Repubblica!), etc., attaccò duramente il movimento degli studenti, il 6 giugno 1968, accusandolo di essere  “un rigurgito di infantilismo estremista e di vecchie posizioni anarchiche”. Pochi giorni dopo, l’11 giugno, esce sull’Espresso la “poesia” di Pasolini, quasi come un’eco delle affermazioni di Amendola. Coincidenza o meno, certo è che il tempismo fu straordinario, in un momento particolarmente delicato per il movimento. Pasolini stava deliberatamente bluffando, indossando maschere istrioniche, sapendo di poter contare sui tanto odiati mass-media, altro che storie. Aveva scelto una posizione destrorsa del PCI, come testimonia l’ultima parte della sua inconcludente e sterile polemica. Diede, e continua a dar fiato pur da morto, ai tromboni ipocriti della destra reazionaria. Il movimento non terminò l’11 giugno 1968, ma continuò imperterrito per un altro decennio.

Si può certo approfondire e sviscerare fin nei più astrusi dettagli il testo pasoliniano, ma il senso di fondo non solo non cambia ma aggrava la profonda stupidità di questa sua invettiva. E’ preferibile ammettere una volta per tutte che il Vate scrisse una grande stronzata, piuttosto che continuare a cincischiare sul nulla. Soprattutto, quella “poesia” non può dir nulla ai contestatori di oggi, e a quelli della Val di Susa in particolare.  Anche i Maestri, talvolta, sbagliano clamorosamente.

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