Tecnoutopia, automa e libertà – Paolo Quintili, Arti meccaniche

Arti meccaniche: utopia e idea della natura nel Settecento francese

di Paolo Quintili*

  • Paolo Quintili è nato a Napoli nel 1963. Filosofo e storico delle idee scientifiche, si è occupato del materialismo occidentale tra Sei e Settecento, del razionalismo e delle filosofie della natura d’età moderna nei loro rapporti con la riflessione sull’«arte» in genere. Il suo campo d’interesse principale è stato la filosofia europea dell’Illuminismo e i Philosophes enciclopedisti, techniciens e cultori di arti e mestieri (Diderot, D’Alembert, Marmontel, Deleyre, Perronet et al.). Ha poi esteso le proprie ricerche alle correnti meccanicistiche e materialiste del Settecento francese (J. Meslier) e ai medici libertini .

L’intero articolo qui:

http://www.swif.uniba.it/lei/filmod/testi/natura.htm

1. La «tecnoutopia»
2. Deleyre o del baconismo rousseauiano
3. Automa e libertà: l’utopia di Jacques de Vaucanson

 

 

1. La «tecnoutopia»
Il fenomeno dell’utopia settecentesca è stato studiato dagli storici sotto prospettive interpretative assai varie (1). Charles Rihs, studioso di scuola marxista, nel definire l’atteggiamento utopistico nel quadro delle dottrine etico-politiche dell’età dei Lumi, oppose l’opera di Jean Meslier, Morelly e Dom Deschamps al realismo dei philosophes, autori dell’Encyclopédie(2). «Frequentatori di corte», secondo la generalizzazione di un altro storico, questi godevano di un’indubbia notorietà pubblica; «accorti borghesi», gestivano il sapere come valore da investire al meglio, per trarne il proprio utile di partito, il partito della nuova borghesia imprenditoriale (3). Rihs ripropose un cliché storiografico oggi desueto: l’enciclopedismo sarebbe stato una forma di scientismo antiumanistico, filosofia borghese o, a senso unico, «classista», che avrebbe preparato ideologicamente l’azione rivoluzionaria della parte più conservatrice della nuove classi capitalistiche in lotta con l’ancien régime (4). La dinamica storica è, in realtà, più complessa e le posizioni ideologiche più sfumate.
Fin dai primi del Seicento si affermarono interpretazioni in chiave utopistica della rivoluzione scientifica. La filosofia di Bacone, secondo l’ampia ricostruzione di Charles Webster, costituisce l’espressione più coerente della tendenza della scienza tardo-rinascimentale a fondare prospettive politiche nuove, espressione a loro volta delle nuove metodologie di ricerca connesse alla lotta sociale ed alla rivoluzione scientifica (5).

(…)
Prenderemo qui in esame le figure centrali della tecnoutopia(12): la rivalutazione e l’esaltazione progressiva delle arti meccaniche; la nobiltà, l’ antichità da cui dipende la loro «reputazione»; il carattere ludico e liberale proprio dell’ingegno che è nella macchina; il potenziale di affrancamento dalle miserie del lavoro nella fondazione di una Nuova Atlantide, in cui l’uomo verrà liberato grazie alla macchina onnipotente, ecc. Sono gli argomenti centrali della critica dei pregiudizi sviluppata nell’Encyclopédie sull’esempio degli umanisti italiani del tardo Rinascimento (13).
Negli enciclopedisti dell’entourage diderotiano, Alexandre Deleyre e Jacques de Vaucanson, considereremo infine le relazioni fra la tecnoutopia e le filosofie della natura che vi sono sottese.


 

3. Automa e libertà: l’utopia di Jacques de Vaucanson

I progressi delle arti meccaniche e le difficoltà incontrate nella loro description non mancarono di stimolare l’opera di altri autori dell’ambiente enciclopedico. È il caso di Jacques de Vaucanson (1708-1782), costruttore di meccanismi viventi, «primo meccanico» del re. Sappiamo per certo che collaborò alla redazione degli articoli Androïde e Automate dell’Encyclopédie(36). Diderot dovette inoltre chiedere consiglio al mécanicien — le cui apparecchiature costituirono la prima raccolta del Consérvatoire National des Arts et Métiers, fondato dall’abbé Henri Grégoire (1794) — per la descrizione di alcune macchine.
Celebri furono, all’epoca, gli esperimenti sugli automi, presentati da Vaucanson al pubblico dell’Académie des Sciences negli anni ’30, a dimostrazione delle possibilità che la meccanica offriva nella riproduzione di operazioni e funzioni proprie degli esseri viventi. Il testo del Mémoire sul flautista automatico è confluito nell’ articolo Androïde (37); e Diderot, come editore, esprime in nota tutto il proprio entusiasmo.
Lo stesso Vaucanson mette in risalto l’utilità pratica implicita nella progettazione degli esseri automatici che avrebbero potuto soddisfare, in futuro, i sempre crescenti bisogni produttivi dell’uomo. Ma il legame tra Diderot, e Vaucanson risulta anche più stretto. «Quando si trovò vacante un posto di socio meccanico all’Accademia delle Scienze, nella seduta del 23 Dicembre 1757, “la maggior parte dei voti per quel posto si concentrò sui signori Vaucanson e Diderot”. Si trattava di succedere all’abate Nollet, andato in pensione. Fu scelto Vaucanson» (38).
Se è perciò da condividere il giudizio espresso da diversi interpreti sul ritardo di informazione che il dizionario presenta rispetto al progresso dell’ industria nella vicina Inghilterra, e se di ritardo si tratta, esso va riferito alle conoscenze tecniche o tecnologiche ma non alla coscienza acquisita dell’avvento della rivoluzione industriale (39). In tale direzione procede infatti la ricerca pratica del «meccanico» Vaucanson. Proprio Condorcet scrisse, in epoca rivoluzionaria, un Eloge de J. de Vaucanson sottolineando la statura filosofica dell’enciclopedista e il lato economico-politico della sua opera (40).


Quali sono i meriti economico-politici che si possono attribuire all’autore delle anatomies mouvantes? Si tratta — nel caso del flautista automatico, come dell’anatra meccanica o del suonatore di tamburo e di galoubet — di teatro macchinistico, volto a meravigliare secondo il gusto barocco uno spettatore curioso? O di una forma utopistica — ma cosciente delle potenzialità proprie dell’arte — di meccanica industriale? Entrambi gli aspetti concorrono a definire il carattere delle trovate industriose di Vaucanson. Ma la risposta non può che essere positiva, nel secondo caso, osservando la storia delle invenzioni tecniche precedenti l’epoca in cui Vaucanson diviene nel 1746 primo meccanico de re e associato dell’Académie des Sciences.
Colbert, com’è noto, aveva concentrato i suoi sforzi sul rilancio dell’innovazione in Francia, puntando sull’importazione di tecniche straniere con l’intervento finanziario dello Stato. L’Ispettore reale delle Manifatture svolgerà questo ruolo nel secolo XVIII, come, più tardi, la messa in atto di un solido insegnamento tecnico, quale fu quello affidato all’École des ponts et chaussées di Jean-Rodolphe Perronet (1708-1794), altro enciclopedista amico e collaboratore di Diderot, che scrisse diversi articoli tecnici di notevole importanza (41). E tale fu l’incarico che Vaucanson ricevette, a partire del 1741, dal cardinale de Fleury: la supervisione della produzione manifatturiera reale delle stoffe di seta.
Il nuovo compito permise a Vaucanson di applicare concretamente il proprio talento meccanico, superando i semplici divertissements degli automi; ma soprattutto gli consentì di rivelare le proprie qualità di organizzatore capace di immaginare nuove strutture di produzione. Vaucanson inventò macchinari per la tessitura, un telaio interamente automatico, un mulino speciale per torcere la seta, un’apparecchiatura per la produzione seriale, una rudimentale forma di catena di montaggio ecc. (42). Tentando di razionalizzare gli atti e i gesti degli operai, come anche di ridimensionare pezzi di macchine, Vaucanson — insieme ad altri enciclopedisti (43) — preannuncia il taylorismo, o almeno il movimento di idee che si svilupperà nel secolo XIX attraverso i grandi ingegneri che segneranno la storia di quel periodo (44).
L’evoluzione di un fabbricante di automi che si trasforma in meccanico e infine in organizzatore industriale, è troppo significativa per non scorgervi una processualità particolare. Prefigurando con la sua cultura l’ingegnere del secolo XIX, Vaucanson riflette ancor più quella condizione utopistica, onirica, ludica e «liberale» dell’illuminista, segnata da miti ancestrali, che aveva una sua continuità con lo spirito del Rinascimento. Dalla sottile analisi anatomica, necessaria alla realizzazione di un androide il più possibile fedele alla realtà, all’analisi dei gesti di lavoro, mirante a riorganizzare un posto o una catena di fabbricazione, la procedura è esattamente la stessa (45). Le prospettive di concretizzazione di quei progetti utopici nella realtà industriale si moltiplicano, nel secolo XVIII, grazie al possente sviluppo in corso delle forze produttive, con l’affermazione del colbertismo, la pace, l’incremento degli scambi e del commercio marittimo. La concezione meccanicistica, passata attraverso le teorie di Descartes e degli altri filosofi del grand siècle fino alla messa a punto dei prodigiosi androidi, apre ora le porte all’organizzazione scientifica del lavoro, in cui la macchina deve svolgere le medesime funzioni operative dell’essere umano (46).
Concretizzazione della tendenza utopistica furono quindi gli interessi medici che spinsero l’ingénieur ad ideare la costruzione di un androide «all’interno del quale doveva operarsi tutto il meccanismo della circolazione del sangue» (47). Effetto sociale ne saranno invece i conflitti politici inerenti alla riforma degli assetti produttivi, conseguente alla meccanizzazione, che lo videro coinvolto, nel 1743-44, nelle lotte tra i maîtres-marchands e i maîtres ouvriers per la definizione dei nuovi regolamenti delle fabbriche di seta a Lione. La stessa tensione utopistica investì, in quel frangente, il tentativo di conciliare interessi destinati a restare, fino all’89, in conflitto tra loro.
Nel ’43 Vaucanson era stato incaricato da Fleury della riorganizzazione tecnica dell’industria francese della seta, in vista del raggiungimento dell’autonomia produttiva rispetto all’industria piemontese, egemone nel settore. Il grande disegno di riforma fallì a causa dei conflitti esplosi tra le parti sociali: commercianti di stoffe, finanzieri e corporazioni artigiane. Ma in quell’ occasione Vaucanson, pur incorrendo nelle prime contraddizioni del nascente sistema industriale capitalistico, si mantenne fedele al principio della tutela degli interessi del lavoro e della produzione meccanizzata, senza venir meno alla sua missione «ispettiva»; alla ricerca, cioè, di soluzioni razionalizzanti per l’intera economia manifatturiera del regno. «Il mio scopo — dichiarò Vaucanson — è stato sempre quello di semplificare le operazioni rettificandole e rendendole indipendenti dagli accidenti della manodopera; e di ridurre al minor numero possibile gli uomini che gli opifici sottraggono all’aratro, e che non valgono più nulla quando le fluttuazioni del commercio rallentano o sospendono l’industria della manifattura. È dimostrato che il non-valore degli uomini è, fra tutte le perdite, la più funesta per uno Stato: perché si diventa un onere a suo carico non appena si cessa di essergli utile» (48).
Quella di Vaucanson fu una tecnoutopia politicamente feconda, come si è detto a proposito di Deleyre, che investì contemporaneamente le consuete pratiche di mestiere, gli statuti dei maîtres e dei lavoratori e, conseguentemente, l’assetto politico della società (49).
* Testo presentato al Convegno «Le filosofie della natura dal Rinascimento al secolo XX» (Università di Roma “La Sapienza”, 22-24 ottobre 1994) .

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