Victor Hugo – L’antica storia della fogna

L’ANTICA STORIA DELLA FOGNA

“Siffatta era la vecchia Parigi, in preda alle dispute, alle indecisioni e ai ciechi tentativi; e così sciocca fu a lungo, finché, più tardi, l’89 mostrò in qual modo le città possano diventare spiritose.”

Fotografia: Nadar, 1860

 Immagini il lettore di togliere Parigi, come un coperchio; e il dedalo sotterraneo delle chiaviche, visto a volo d’uccello, disegnerà sulle due rive una specie di grosso ramo, innestato nel fiume. Sulla riva destra il canale collettore sarà il tronco di quel ramo, mentre i condotti secondari saranno i rami minori e i tronchi chiusi i ramoscelli.

Questa figura è solo sommaria ed esatta per metà, poiché l’angolo retto, consueto di questo genere di ramificazioni sotterranee, è rarissimo nella vegetazione.

Il lettore potrà farsi un’immagine più rassomigliante di questo strano piano geometrico, supponendo di vedere risaltare sopra uno sfondo scuro qualche bizzarro alfabeto orientale, intricato confusamente, le lettere deformi del quale fossero saldate le une alle altre, in un’apparente confusione e come a caso, ora per gli angoli, ora per le loro estremità.

Le chiaviche e le fogne avevano una grande importanza nel Medio Evo, sotto il Basso Impero e nel vecchio Oriente. Vi nasceva la peste e vi morivano i despoti. Le moltitudini osservavano quasi con religioso timore quei letti di putridume, mostruose culle della morte; e la fossa dei vermi di Benares non dà meno vertigini della fossa dei leoni di Babilonia. Stando ai libri rabbinici, Tiglat Phalazar giurava sulla fogna di Ninive; e dalla fogna di Munster, Giovanni di Leida faceva uscire la sua falsa luna, così come il suo sosia, Mokannah, il profeta velato del Khorassan, faceva uscire il suo finto sole dal pozzo cloaca di Kekhscheb.

La storia degli uomini si riflette nella storia delle cloache. Le Gemonie raccontano Roma, e la cloaca di Parigi è stata in passato importantissima. È stata sepolcro, asilo; il delitto, l’intelligenza, la protesta sociale, la libertà di coscienza, il pensiero, il furto, tutto ciò che le leggi umane perseguitano od hanno perseguitato s’è nascosto in quel foro: così facevano i mazzolatori nel quattordicesimo secolo, i ladri di mantelli nel quindicesimo, gli ugonotti nel sedicesimo, gli illuminati di Morin nel diciassettesimo, gli scaldatori nel decimottavo. Cent’anni or sono, mentre ne usciva il pugnalatore notturno, vi si rifugiava il tagliaborse in pericolo: se il bosco aveva la caverna, Parigi aveva la fogna. L’accattonaggio, picareria gallica, accettava la chiavica come succursale della Corte dei Miracoli, e di sera, sorniona e feroce, rientrava sotto il vomitorio Maubuée come in un’alcova.

Era semplicissimo, del resto, che coloro i quali avevano per luogo di lavoro quotidiano il vicolo Vide Gousset o la via degli Scannatori avessero per domicilio l’imbocco del Chemin Vert o la botola Hurepoiz. Ne deriva un formicolio di ricordi. Ogni sorta di fantasmi frequentan quei lunghi condotti solitarî; dappertutto il putridume e il miasma e, qui e là, uno spiraglio, dall’interno del quale Villon conversa con Rabelais, che sta fuori.

La fogna, nella vecchia Parigi, è il luogo di ritrovo di tutte le evacuazioni e di tutti i tentativi; l’economia politica scorge in essa una concrezione di rifiuti, la filosofia sociale vi scorge un residuo.

La fogna è la coscienza della città. Tutto vi converge, tutto vi si mette a confronto; è buio in quel livido luogo, ma non vi sono più segreti. Ogni cosa ha la sua forma vera, o almeno definitiva, poiché il mucchio di spazzature ha in suo favore di non esser bugiardo. Là s’è rifugiata l’ingenuità. Vi si trova la maschera di Basilio, ma se ne vedono il cartone e le cordicelle, l’interno come l’esterno, mentre un fango onesto le dà risalto; e il finto naso di Scapino le fa compagnia. Tutte le lordure della civiltà, una volta fuori uso, cadono in questa fossa di verità alla quale mette capo l’immenso sdrucciolìo sociale, e, pur inghiottite, si mettono in mostra. Quella confusione è una confessione. Non più falsa apparenza là, non più truccatura possibile; il sudiciume si toglie la camicia, assolutamente nudo e distoglie dalle illusioni e dai miraggi; non v’è se non quello che v’è, che fa la sinistra figura di ciò che finisce. Realtà e scomparsa. Là, un fondo di bottiglia confessa l’ubriachezza, e un manico di paniere racconta il servidorame; là, un torso di mela che ha avuto qualche opinione letteraria ridiventa un torso di mela; l’effige del soldone si ricopre apertamente di verderame, lo sputo di Caifa incontra il vomito di Falstaff, il luigi d’oro che esce dalla bisca urta il chiodo dal quale pende la corda del suicida, e un feto livido vien travolto, avviluppato in una gonnella inorpellata che il precedente martedì grasso ballava all’Opera, mentre un tòcco che ha giudicato gli uomini s’infanga vicino ad un putridume che fu la sottana d’una sgualdrina. Non è più fraternità, ma familiarità. Tutto ciò che s’imbellettava si macchia; l’ultimo velo è strappato. Una chiavica è un cinico che dice tutto.

Questa sincerità dell’immondizia ci piace e riposa l’animo. Quando si è passato il tempo a subire sulla terra lo spettacolo delle grandi arie che si danno la ragion di stato, il giuramento, la saggezza politica, la giustizia umana, le probità professionali, le austerità occasionali e le toghe incorruttibili, solleva entrare in una fogna e vedere il fango che è dello stesso parere.

E, nello stesso tempo, serve d’insegnamento. Come abbiamo detto testé, la storia passa attraverso la fogna. Le stragi del tipo della notte di San Bartolomeo vi trapelano a goccia a goccia, attraverso le pietre del selciato; i grandi assassinî pubblici, le carneficine politiche e religiose attraversano questo sotterraneo della civiltà e vi spingono dentro i loro cadaveri. Per lo sguardo del pensatore, tutti gli assassini della storia sono presenti in quell’orrenda penombra, ginocchioni, con un lembo del loro lenzuolo funebre per grembiule, e tentano di passare tristamente la spugna sulle loro azioni. V’è Luigi XI, con Tristano; Francesco I, con Duprat; Carlo IX, colla madre; Richelieu, con Luigi XIII; vi sono Louvois, Letellier, Hébert e Maillard; e tutti grattano le pietre e cercano di far scomparire la traccia dei loro misfatti. Si sente sotto quelle vôlte la scopa di quegli spettri, e vi si respira l’enorme fetore delle catastrofi sociali; si scorge negli angoli qualche riflesso rossastro: in quel punto scola un’acqua terribile, in cui si sono lavate mani insanguinate.

L’osservatore sociale deve entrare in quelle ombre, poiché esse fanno parte del suo laboratorio. La filosofia è il microscopio del pensiero: tutto vuol sfuggirle, ma nulla le sfugge. Tergiversare è inutile. Quale lato di se stesso si mostra, tergiversando? Il lato vergogna. La filosofia perseguita col suo sguardo probo il male e non gli permette di svignarsela nel nulla. Nel cancellarsi delle cose che scompaiono, nell’impicciolirsi di quelle che svaniscono, essa riconosce tutto; ricostruisce la porpora dal cencio e la donna dal nastro; rifà la città colla cloaca e i costumi col fango. Dal coccio risale all’anfora, o alla bocca; riconosce da una impronta d’unghie sopra una pergamena la differenza che separa il giudeo della Judergasse da un giudeo del Ghetto; ritrova in quel che resta quel che è stato, il bene, il male, il falso, il vero, la macchia di sangue del palazzo, lo sgorbio d’inchiostro della caverna, la goccia di sego del lupanare, le prove subite, le tentazioni benvenute, le orge vomitate, la piega che hanno formato i caratteri, nell’abbassarsi, la traccia della prostituzione nelle anime che ne eran rese capaci dalla loro grossolanità e, sul camiciotto dei facchini di Roma, l’impronta della gomitata di Messalina.

TRATTO DA: “I Miserabili”, di Victor Hugo, edizione  Garzanti 1981, su licenza Mursia. TRADUTTORE: Renato Colantuoni CURATORE: Renato Colantuoni SCARICATO DA: WWW.LIBERLIBER.IT

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