Italia alla deriva – Dio Patria Famiglia, come no? Una ricerca del Censis

Secondo una recente ricerca del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) i valori più importanti per gli italiani restano…DIO, ITALIA E FAMIGLIA!  L’infelice titolo de La Repubblica,  “Dio, Italia e famiglia  – Restano questi i valori più importanti” (13 marzo 2012) (repubblica.it/cronaca/2012/03/1) ha giustamente scatenato decine di commenti sarcastici, tranne uno scritto, manco a dirlo, da un nostalgico del Ventennio! che qualche rimasuglio, sia pure ben mimetizzato, ancora ce n’è. Leggendo meglio però fra i numeri forniti da questa ricerca o sondaggio, si capisce che questi presunti “valori” non corrispondono alla realtà: la famiglia è in profonda trasformazione, per Italia s’intendono le bellezze naturali intese come risorse economiche, quanto alla religione due terzi degli italiani non entrano mai in chiesa. Insomma, l’obiettivo pretestuoso di questa ricerca è dimostrare che gli italiani vogliono superare “le passate sregolatezze dell’individualismo” e del consumismo sfrenato e che infine pentiti vogliono tornare  ai “sani valori di un tempo”, responsabilità, moralità, onestà, attenzione verso gli altri, con un bel po’ di “riflesso law and order”. Sì, certo, come no.

Purtroppo il titolo e l’interpretazione de La Repubblica, diventata come dice qualcuno “un giornale clerico-liberista à la Monti”, fanno acqua da tutte le parti, e sono in palese contraddizione coi dati stessi del sondaggio (che di per sé è già pretestuosamente ideologico). Il fatto è che l’Italia è un Paese morto, senza futuro, vecchio, stanco, produttivamente, culturalmente e creativamente finito. Senza più un modello di sviluppo di sicuro riferimento (l’industria meccanica, il siderurgico, le piccole e medie imprese), che era quello del secondo dopoguerra. Senza che si intraveda alcuna nuova possibilità, che non sia quella solita, di un ritorno a mammà e papà, e alla Chiesa cattolica, e a un po’ di “law and order”.

Dice bene Giuseppe Panella: “la soluzione verrà non a livello di incremento produttivo ma a livello di gestione finanziaria con la conseguente estorsione di nuovi capitali a mezzo di tassazioni straordinarie, tagli alla spesa pubblica, riduzioni di salari e stipendi e pensioni, sostanziale smantellamento del welfare e di riduzione dei diritti generali (alla sanità, allo studio, alla cultura) previsti precedentemente” (http://retroguardia2.wordpress)

L’Italia è quindi in mano ai mercati finanziari, come gli altri PIGS, che determinano anche chi deve governare, con tanti saluti a qualsiasi finzione di autonomia e democrazia. Finchè le leve finanziarie reggeranno, il Paese eviterà il default e verrà governato à la Monti. Una dimostrazione complementare è il fallimento delle ipotesi comunitariste, localiste, di ripresa del tessuto economico e produttivo locale:

“Un minimo di organizzazione da parte dei cittadini, un semplice cambio di marcia nelle attività – o non-attività – locali, e si potrebbe creare un sistema fiorente, con una elevata qualità della vita, una economia solida, capace di reggere a qualsiasi sorpresa del mercato, a qualsiasi colpo di coda politico nazionale o internazionale.
Lavoro, movimento, idee.
Ma qui tutti preferiscono starsene davanti al bar (neanche dentro, perché toccherebbe consumare), a parlare del tempo (se fa caldo fa caldo, se fa freddo fa freddo, se piove era meglio quando non pioveva, se non piove c’è il rischio della siccità)”, affidandosi alle pensioni elargite in passato con la pratica abituale del voto di scambio strategieevolutive.wordpress.com/).

E questo in Piemonte, figuriamoci al Sud!

Finchè regge la finanziarizzazione dell’economia, ci sarà questo clima dai toni smorti e lugubri evocato da La Repubblica. Dopo, arriveranno i barbari!

Come mettono in rilievo Alberto Burgio e Alfonso Gianni sul Manifesto:

“L’inazione e la passività dei corpi sociali dipendono dal fatto che questa crisi è letta, quindi subita, come la conseguenza di comportamenti errati: come la punizione per presunti errori commessi. Ed è con ciò giustificata. Per questa ragione – crediamo –  si tende a non reagire: si mugugna, tutt’al più si eccepisce su aspetti marginali…Ma la diffusione capillare dell’indebitamento, nonché la presenza attiva dei fondi pensione – cui tanti lavoratori avevano affidato la sicurezza del loro futuro – sui mercati finanziari, ha congiunto interessi collettivi e individuali alla sorte di questi ultimi. Questo non solo ha reso in fondo desiderabile anche a livello di massa che gli istituti bancari venissero salvati dal denaro pubblico, malgrado il loro comportamento spesso delinquenziale, ma anche che il debito privato accumulato venisse percepito dalle singole persone come una colpa derivante da un eccesso dei propri desideri rispetto alle proprie possibilità. Quando dalla crisi del debito privato si è passati a quella del debito pubblico – il che è ciò che contraddistingue l’attuale fase soprattutto in un’Europa renitente a politiche anticicliche – quel senso di colpa si è dilatato, introiettando la convinzione che interi popoli e nazioni fossero «vissuti al di sopra dei propri mezzi». Il tutto nel bel mezzo di una sovrapproduzione di merci tradizionali. I sacrifici diventerebbero quindi la penitenza per gli eccessi passati. E il pareggio di bilancio la medicina salvifica pronta a prevenire prima ancora che curare. Un capolavoro ideologico, non c’è che dire…” (A.Burgio e A.Gianni, “Torniamo a Marx, non andiamo oltre“, ilManifesto, 17 marzo 2012, rdsht.files.wordpress.com/)

Le rivolte, o piuttosto le linee di frattura, non correranno più lungo i binari delle rivendicazioni salariali, se non in misura “mugugnante” e da “tassisti in rivolta”, corporativa e parassitaria, né tantomeno verranno agitate da quegli strati che hanno beneficiato della finanziarizzazione, del “capitalismo rentier”; non ci sarà nessuna rivoluzione escatologica, piuttosto ci saranno, o sono già in atto, tanti microcosmi culturali in conflitto con il sistema e le sue classi in generali, come per esempio in tutto ciò che contrappone le “nuove unioni” alla “famiglia”, o le “subculture” ai media mainstream.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...